lunedì 29 luglio 2013

IL PALIZZI RITROVATO


In un pomeriggio di metà estate si parla d’arte… Sarà possibile ammirare dal 31 luglio presso il Piccolo Circolo Garibaldino un inedito dipinto di Nicola Palizzi, una romantica e soleggiata veduta di Vasto datata 1853. Questo dipinto va ad aggiornare il corpus artistico di un pittore poetico e sognatore. La critica lo ricorda da sempre come un uomo cresciuto sotto l’ala protettrice dei fratelli maggiori, dal cui epistolario deriva in larga misura ciò che si conosce della sua vita. La sua minore fama rispetto ai fratelli Filippo e Giuseppe l’ha per lungo tempo condannato ad un ingiusta dimenticanza dal parte della critica. Forse anche a causa delle scarse fonti documentarie e della difficoltà a datare i suoi dipinti, nei secoli sono stati pochi quelli che hanno analizzato il suo percorso scorporandolo da quello dei fratelli maggiori riconoscendolo come un artista autonomo e completo, con un personale e ricco cammino. Ma come evidenzia Berardi nel suo saggio su Palizzi fortunatamente l’osservazione diretta delle opere e il confronto con le realtà italiane ed europee a lui contemporanee ci consentono di ripercorrerne il tracciato artistico. Da qui l’importanza di questa opera, fortunatamente datata, che va ad accrescere e aggiornare il percorso ricreato fino ad oggi. Muovendo dall’inizio di questa avventura artistica è bene ricordare ciò che conosciamo di Nicola. Sappiamo che si trasferisce a Napoli all’età di 22 anni, nel 1842, iniziando un percorso di praticantato artistico che all’epoca prendeva avvio intorno ai 12 /13 anni. Si iscrive al Real istituto di Belle arti di Napoli, centro di grandi fermenti culturali, idee innovative e liberali che si scontravano con il rigore dell’insegnamento accademico. Qui ha come insegnante il conterraneo Gabriele Smargiassi, di venti anni più grande di lui, al cui insegnamento si affianca prima quello del fratello Giuseppe, che nello stesso anno parte per Parigi, poi di Filippo che dopo poco lo lascerà per un suo personale percorso di crescita in oriente. Rimasto senza la guida dei fratelli, Nicola si avvicina agli artisti della così detta Scuola di Posillipo. Giovani artisti che al di fuori delle mura accademiche, sotto la guida di Giacinto Gigante, formano un sodalizio artistico i cui precetti sono incentrati sulla ricerca degli accordi cromatici e tonali e lo studio della luce. Riscoprono tra le bellezze di Mergellina e Marina di Chiaia il piacere di dipingere in libertà e alla luce del giorno. Si parla di ‘vero’ in questa scuola non allineata, della necessità di osservare la natura di ispirasi ad essa. Nasce cosi una nuova educazione artistica per Nicola che nonostante questa vicinanza segue comunque il normale e consolidato percorso accademico: prima l’esercizio sulle stampe, lo studio del rilievo, la copia delle statue, del nudo e solo alla fine l’approccio alla pittura. Nel 1848 vince il premio accademico che gli avrebbe permesso di trasferirsi per tre anni a Roma presso palazzo Farnese, ma i moti del 1848 generarono un clima di repressione da parte dei Borbone con conseguente sospensione delle trasferte degli artisti, cosi Nicola è costretto a restare Napoli. Sono gli anni un cui realizza dipinti con doppio registro, piccoli di impostazione vedutistica, che lo avvicinano agli esiti più moderni dal paesaggismo e della macchia, principi portati poi avanti dal suo allievo Michele Cammarano e dalla Scuola di Resina, e grandi opere con impostazione e carattere ufficiale, da presentare alle biennali borboniche, che riscuotevano grande successo, conferendogli notorietà. Si arriva cosi agli anni in cui Nicola inizia a viaggiare e realizza grandi vedute di marine, di rocce, di piazze e paesaggi, molte di esse conservate nella Pinacoteca Civica di Vasto. Grazie al dipinto che stiamo per ammirare scopriamo che nel 1853 torna nella natia Vasto. Realizza, probabilmente in estate, questa veduta panoramica del centro storico, visto da una certa distanza, ottenuta con toni rosati e con una composizione piacevole. Una resa immediata, con un punto di vista leggermente rialzato, che risponde ai classici canoni vedutistici, ma con una sintesi costruttiva che preannuncia gli esiti della “macchia”. L’organizzazione plastica e dello spazio, costruita attraverso piani di luce netti, che scandiscono la profondità è estremamente moderna; modernità che emerge chiara se lo si confronta con la coeva veduta di Vasto di Smargiassi. Dal paragone con le due opere emerge chiara la freschezza di visione dell’allievo. Siamo davanti all’opera di un giovane che omaggia il suo maestro, con un occhio attento all’innovazione. Il dipinto di Smargiassi è caratterizzato da una cromia più spenta, che predilige l’uso di colori neutri come gli ocra ed i marroni. Una tavolozza meno ricca di variazioni tonali e una costruzione spaziale che denota minore interesse verso la scansione di piani ottenuta da Palizzi attraverso nette linee orizzontali. Caratteristica questa che Nicola consoliderà negli anni a venire; anni in cui realizzerà dipinti di grandi dimensioni. Successivamnete Nicola si reca a Parigi, città che segnerà la vera svolta e che lo renderà un artista maturo e consapevole. Nuove esperienze lo porteranno ad avvicinarsi alla pittura a corpo, ad una sintesi costruttiva e che lo porta a realizzare una pittura possente, estremamente più moderna di quella dei fratelli maggiori. Il suo traguardo è la realizzazione di dipinti con una grande saldezza compositiva ed una modernità delle linee raramente raggiunta dai fratelli. L’analisi delle forme e della luce di Giuseppe, maggiormente da parte di Filippo tendono a deframmentare la forma, Nicola è in grado di individuarne e sottolinearne la solidità, la compattezza e le volumetrie delle forme. La critica si è occupata a fasi alterne di questo artista, spesso relegandolo ad un ruolo secondario e di contorno. Mi piace ricordare come proprio nell’anno della realizzazione di questo dipinto, nel 1853 il critico Carlo Tito Dalbono gli dedica il primo saggio critico. Dagli anni novanta, dopo un lungo periodo di diminuzione dell’interesse da parte del pubblico e della critica, per la pittura vedutistica e dei fratelli Palizzi, la figura di questo artista è riscoperta e rivalutata grazie alle ricerche di Mariantonietta Picone Petrusa, che per prima ne ripercorre le vicende, e anche grazie alle due importanti esposizioni realizzate a palazzo d’Avalos tra il 1999 ed il 2000. Segue di nuovo un periodo di oblio, ma nel 2008 con il testo “i Palizzi e il vero” si riaccendono riflettori su tutta la famiglia. Oggi con l’aggiunta di questo dipinto al percorso artistico di Nicola possiamo aggiungere un altro importante tassello che arricchisce la nostra conoscenza di questo illustre concittadino. La cui prematura scomparsa, subito seguita da quella del fratello minore Francesco Paolo, “decretò l’inizio della vecchiaia dei maggiori”, come viene ricordato nel testo di cui sopra.

venerdì 26 aprile 2013

IL CASTELLO DI PALMOLI

Da oggi ho deciso di parlare un pò delle bellezze architettoniche e paesaggistiche della mia regione....da circa un anno gestisco un bed and breakfast, mi sono accorta che molte delle persone che si trovano a passare in Abruzzo, non conoscono questa regione e spesso mi chiedono "ma cosa c'è da vedere?" questo mi ha portato a riflettere sul fatto che al di fuori dei confini regionali poco si conosce dell'Abruzzo...certo vi sono delle città balzate agli onori della cronaca, vedi L'Aquila, ormai dimenticata e Pescara...almeno in questi ultimi giorni ci siamo tolti un pò di polvere di dosso con le celebrazioni per i 150 anni dalla nascita di Gabriele D'Annunzio....ma poi???cosa c'è in Abruzzo...bè vi assicuro che c'è tanto altro... A parte la mia Vasto, a cui dedicherò maggiori info più avanti vorrei parlare di Palmoli e del suo castello, forse perché nei miei giri domenicali ci sono capitata recentemente... PALMOLI soleggiato paese delle provincia di Chieti ha il suo fulcro nel castello marchesale edificato in epoca medioevale. Ubicato nel lato nord, in zona "Le Coste", il castello il cui primo impianto è stato realizzato probabilmente intorno al XIV secolo, ha una una torre dodecagonale cinquecentesca. Recentemente restaurato ospita il "Museo della Civiltà Contadina" dove è possiible ammirare alcuni oggetti e utensili di uso comune fino a circa 50 anni fa. Suppellettili, attrezzi per il lavoro nei campi, nelle cucine, tegami, vasi, e oggetti più disparati provenianti dalle case del paese e del corcondario, costituiscono questo interessante museo che vuole evocare un perido della nostra storie e ricordare quali furono le usanze domenstiche degli abruzzesi. L'ambiente è reso ancora più interessante da foto e documenti che arrichiscono ulteriremtne il percorso museale.

giovedì 21 febbraio 2013

MUZII, LEGNI E SEGNI, l'anima, la poesia, il gesto

A distanza di un anno, o poco più, eccomi nuovamente a parlarvi di Giuseppe Muzii. Questa volta l'artista, nonchè amico, espone una selezione delle sue opere presso il Museo delle Genti d'Abruzzo a Pescara. Sarà possibile ammirare i suoi lavori fino al 24 febbraio quindi affrettatevi !!!! Per maggiori info sulla sua arte e sul suo 'poetare con i legni' vi rimando al post precedente!!!! ciao!!!! P.S. ORARI APERTURA MOSTRA lun- ven 9-13 sab- dom 16-19 INGRESSO LIBERO www.gentidabruzzo.it

lunedì 28 novembre 2011

GIUSEPPE MUZII, personale di pittura presso il Ristorante la Taverna - Vasto (Ch)





Con l’esposizione “Poesia sui legni” è possibile ammirare a Vasto, fino al 30 novembre 2011, una selezione di opere dell’artista vastese Giuseppe Muzii. Attraverso un percorso di temi e soggetti riconducibili a un animo sensibile e profondo si entra con discrezione, quasi in punta di piedi, nel mondo di questo artista, poeta, filosofo e pittore. Addentrarsi nel mondo di Giuseppe è come farsi trasportare dalle onde del mare, abbracciare dalla sua profondità, cullare dalla sua poesia, travolgere da paure desideri e sogni. Con le sue opere rende tangibile e concreta un’oggettività che altrimenti resterebbe sfuggente e inafferrabile.“Vestire la forma di un’idea sensibile” scrive Moreas nel 1886, quando compone il manifesto del Simbolismo letterario, queste parole echeggiano nella mente quando si ammirano, in silenzio, le opere di Giuseppe. Le sue non sono semplici immagini dipinte ma vere poesie pittoriche, che esprimono tutto il vacillare dell’Uomo davanti all’incertezza dell’esistenza, alla mutevolezza dell’orizzonte mai raggiunto. Muzii codifica con pochi elementi il senso dell’esistenza e il nostro andare verso ciò che non si conosce. Come lui sovente ripete ‘siamo tutti barche in mezzo al mare’. La barca, elemento pittorico che spesso ricorre nelle sue tele rappresenta la salvezza e la chiesa, simbolo della salvezza delle nostre anime. Affascinato dalla pittura rupestre e dai primi simboli cristiani, Muzii si esprime in questa fase del suo percorso artistico con soggetti, simili ma mai uguali, sempre mutevoli agli occhi di chi sa guardare. Chi conosce le spiagge di Vasto può facilmente riconoscere nelle opere di Giuseppe i legni che il nostro mare abbandona sulle rive, lui raccoglie questi detriti e ne crea immagini simboliche, frutto di una ricerca intuitiva di contenuti nascosti nelle forme. L’artista riconosce le immagini che lo affascinano con gli occhi della mente, poi assembla con cura i materiali e dipinge gli oggetti, come conseguenza naturale dell’operazione mentale già avvenuta. L’arte, la poesia, sono dentro di lui, non deve fare altro che rendersene interprete per il suo e il nostro stupore. Le sue opere sono accompagnate da pensieri e parole scritte che non decifrano, ma completano l’opera d’arte. Perché da vero simbolista rincorre il principio delle corrispondenze e il raggiungimento dell’armonia tra le arti, la ‘Gesamtkunstwerk’ di Wagner. Per questo artista spesso le opere non sono complete, ma si prestano a infinite rielaborazioni, tanto meno hanno un titolo ben definito. ‘Nominare un oggetto è sopprimere tre quarti del godimento della poesia che è costituita dalla felicità di indovinare poco a poco: suggerire, ecco il sogno ’, scrive Mallarmè. Pensieri ed emozioni vengono quindi suggeriti dalla rappresentazione artistica, attraverso l’essenzialità di pochi ma significativi elementi pittorici e materici. Distante dall’irriverenza di tanti artisti contemporanei, celebrati dalla critica e dal mercato dell’arte, Muzii un artista sensibile e acuto ci regala un mondo visionario e poetico. Attraverso immagini in apparenza facilmente decodificabili, ma sovente imprevedibili e criptiche, un uomo a cui piace emozionarsi e far emozionare, ci fa dono di opere di pura semplicità e poesia.
Scheda tecnica
Giuseppe Muzii:’Poesia sui legni’ c/o Ristorante la Taverna, Vasto Via Sondrio n. 3
Per conoscere più a fondo l’arte e di Giuseppe Muzii e di Giulietta Spadaccini, pittrice e abile ceramista è possibile visitare la bottega ‘Percorsi D’Arte’ – Vasto- Corso Garibaldi n.75 e consultare il sito internet: http://www.percorsidarte.it/

venerdì 29 aprile 2011

FILANDRO LATTANZIO, il colore e l'atmosfera

FILANDRO LATTANZIO, il colore e l’atmosfera, mostra omaggio all’artista vastese nel 25°anniversario della sua scomparsa

di Roberta Presenza

Si è svolta sabato 23 aprile nelle sale della pinacoteca di palazzo d’Avalos l’inaugurazione dell’esposizione ‘Filandro Lattanzio, il colore e l’atmosfera’, allestita presso le nuove sale espositive di Palazzo d’Avalos, inaugurate con questa mostra. L’esposizione propone 46 opere provenienti dalla collezione civica e dalle collezioni private, della figlia Viviane Dutaut e della cugina Ada Lattanzio. Una piccola ma significativa porzione della vastissima produzione pittorica dell’artista, che fornisce indicazioni circa gli approdi tematici e stilistici di Lattanzio. Attraverso questa esposizione, omaggio ad una intera esistenza dedicata all’arte, si aggiunge un altro tassello al puzzle artistico di Filandro che negli anni si sta ricostruendo attraverso la realizzazione di saggi di approfondimento sull’artista ricerche e testi critici che mettono a fuoco identità e spessore di un artista dalla personalità complessa. Filandro Lattanzio è stato un autodidatta, che da solo si è confrontato con i grandi temi della pittura, passando attraverso molteplici stili ed esiti pittorici. Cresciuto nel ricordo della pittura paesaggista palizziana, i suoi primi dipinti conservano il rigore dell’accademismo, ma nell’impostazione delle prime opere si intravedono già le interessanti evoluzioni che seguiranno di lì a poco. Si trasferisce a Roma verso il 1930, dove i contatti con gli artisti di via Margutta gli consentono di avviare il suo percorso di crescita come artista e come uomo. Mafai, Guttuso e Fazzini - giovani insofferenti dell’ufficialità e desiderosi di una maggiore libertà espressiva - furono gli artisti che per primi acquistarono le sue opere e lo introdussero nel circuito delle mostre della Capitale. Successivamente Filandro si spostò a Firenze dove poté ammirare e fare suo il rigore e la forma dei Classici. Durante gli anni della guerra conosce la prigionia, matura dolorosamente come uomo. Da questa vicenda drammatica la sua tavolozza ne esce arricchita e rafforzata. Sul finire degli anni ’40 Lattanzio prosegue il suo cammino e si trasferisce in Francia, a Chambery dove sposa Helene Castex. In Francia, dove rimase per circa venti anni, ha la possibilità di affinare la sua tecnica, anche grazie al confronto con movimenti artistici che hanno rivoluzionato la storia dell’arte come il Cubismo ed i Fauves. In questo lungo periodo acquista quella serenità interiore che gli permette di rinnovarsi ulteriormente. La tavolozza si arricchisce di colori squillanti ed energici, le forme diventano pure, geometriche, anche se la sua arte rimane sempre nel solco grande della tradizione. Gli ultimi venti anni della sua vita Lattanzio li trascorse nella sua città, a Vasto, che in fondo non aveva mai abbandonato del tutto, come dimostra la sua partecipazione e numerose esposizioni locali e al Premio Carlo della Penna dove partecipa per ben sette volte. Ritrova i suoi compagni di gioventù, partecipa attivamente alla vita culturale locale, apre uno studio galleria nel centro storico della città. Realizza numerosi paesaggi, ritratti, vedute di Vasto, della marina, delle campagne. Nel suo percorso artistico Filandro realizza anche numerose ed intense opere di soggetto religioso in cui compaiono scene tratte dalla Bibbia, come Susanna e i Vecchioni, l’Annunciazione, diverse Pietà e deposizioni. Tre importanti opere, di soggetto sacro e non presenti in mostra, possono essere ammirate in tre chiese di Vasto (Sant’Anna, San Marco e Madonna Addolorata in località Pagliarelli). Da questo lungo viaggio artistico di Lattanzio ne consegue una pittura solida, ancorata alla forma e alla forza plastica di Cézanne. Filandro non arriva mai alla dissoluzione della forma rimane sempre legato ad essa, e fedele ai canoni dell’arte classica. Quando arriva ad avvicinarsi alla pittura Impressionista predilige quella di Manet, in cui la forma e la linea restano vive e ferme pur aprendosi verso la luce del giorno. La sua intera attività si svolse quindi nel segno di una soluzione di continuità con la tradizione, coniugando in un codice personale recuperi iconografici e stilistici provenienti da correnti e movimenti diversi, antichi e moderni, senza mai cadere nella mera rivisitazione storica e senza far confluire interamente la sua opera all’interno di una determinata tendenza. Nell’opera di Lattanzio la linea non sovrastò mai il colore semmai l’assecondò dandogli forma ed energia. In questo senso vanno lette le apparenti diversità che si possono riscontrare anche in opere cronologicamente molto vicine tra loro. Le opere in mostra disposte secondo un andamento tematico prende avvio con i ritratti, affiancati dalle opere religiose, prosegue poi con le nature morte e i paesaggi, concludendosi con il tema dei nudi. Soggetti che Lattanzio, durante il suo percorso artistico, ha affrontato con diverse soluzioni estetiche e stilistiche. Inoltre la mostra è arricchita dall’esposizione di documenti critici sull’artista e da appunti autografi inediti. Per l’occasione è stato realizzato un catalogo con commento critico e racconti di vita dell’artista della figlia Viviane e della cugina Ada.

SCHEDA TECNICA

Mostra realizzata dall’Assessorato alla Cultura comune di Vasto, in collaborazione con l’Associazione culturale Settantaduedellarte e l’Associazione culturale Opificio AlterArs

FILANDRO LATTANZIO, il colore e l’atmosfera
Donazione Castex e prestiti Dutaut - Lattanzio
Pinacoteca di Palazzo d’Avalos

A cura di Roberta Presenza e Michele Montanaro
23 aprile- 31 agosto 2011

Orario e giorni di apertura: vedere orari musei Civici di Palazzo d'Avalos
Informazioni tel. 0873 367773

lunedì 15 febbraio 2010

AI CONFINI DELL'ANIMA esposizione di ANTONIO TOMMASELLI

Ai Confini dell’Anima esposizione di Antonio Tommaselli
L’esposizione Ai Confini dell’Anima ha in se il sapore dello stupore…nell’estate del 2009 le piazze del centro storico di Vasto si sono popolate di inquietanti, sorprendenti e a volte curiose figure che hanno provocato grande interesse in queste calde estive. Ai Confini dell’Anima è un percorso espositivo che si sviluppa nel centro di Vasto coinvolgendo illustri palazzi storici. Costituita dall’istallazione di sculture ed esposizione di opere pittoriche la mostra prende avvio negli ex edifici scolastici di Corso Nuova Italia, dove sono esposti acquerelli e acrilici dell’artista beneventano Antonio Tommaselli. L’esposizione prosegue lungo le strade del centro storico, ma cambia registro. Lungo Corso De Parma, Piazza Lucio Valerio Pudente, e Piazza del Popolo sui balconi dei loro principali edifici sono esposte le “Sentinelle” sculture in vetro resina dalle sembianze umane. Ai Confini dell’Anima nasce come evento culturale che nel tempo ha assunto i lineamenti dell’attrazione turistica, cittadini, turisti incuriositi da queste figure osservano, commentano, scattano fotografie…sarà un bene? sarà un male? Certo è che non bisogna svilire l’arte di Tommaselli e valutarla come mera attrazione per istantanee da realizzare durante le vacanze estive…Ai Confini dell’Anima è qualcosa di molto più profondo. Come tutte le istallazioni d’arte nasce con l’intento di scuotere gli animi, di destare curiosità, di animare domande sul perché dell’arte, sul come e cosa significa. I nostri occhi di abruzzesi hanno impressi nella memoria immagini di rocche abbandonate, antichi edifici, chiese millenarie e ricche quadrerie ottocentesche, ma non sono abituati allo scontro “frontale” con il Contemporaneo. Cosa hanno da dire gli artisti nel 2009? Tommaselli artista di Foglianise (Bn) è profondamente legato al retaggio della cultura sannita. Come lui stesso afferma: non bisogna fermarsi a considerare un popolo in base alle suddivisioni geografiche definite nel 1800, ma bisogna avere una visione più ampia, indagare nel passato e considerare noi tutti appartenenti ad un unico popolo Sannita. Tommaselli caratterizza il suo fare pittorico e scultoreo con elementi ancestrali che ritornano sempre nelle sue opere: le tre piume poste sul capo delle sue Sentinelle e palmi bucati. I corpi delle sue Sentinelle sono figure cosi semplici ma cosi intense, creature aliene che presiedono una città di umani, creano sullo spettatore effetto quasi apocalittico, come se aspettassero la venuta di un dio o di un nuovo mondo. I loro palmi sono bucati, i corpi nudi offerti agli occhi di chi osserva. Se l’opera d’arte ha come obiettivo quello di condurre il fruitore ad uno stato di immedesimazione, di coinvolgimento, che genera emozioni e inquietudini, nelle istallazioni si tende a favorire il rapporto empatico tra opera e osservatore. Il fruitore diventa il soggetto principale delle istallazioni. Le forme spesso riprodotte in serie, impattano in maniera forte contro l’immaginazione del singolo fruitore, che viene lasciato libero di interpretarle, individuandone i dati comunicativi attraverso il simbolismo dei colori e delle forme. Le Sentinelle di Tommaselli poste sui principali edifici del centro storico sono corpi monumentali che emergono dal cielo azzurro di una città di mare. Sono figure fuori dal tempo, ma con il Tempo espresso in ogni centimetro del loro corpo. Immerse nello spazio che le circonda hanno occhi chiusi, bocche serrate e braccia aperte lungo il corpo. Le Sentinelle creano stupore, destano curiosità e meraviglia. Sono lì queste lunghe figure di stampo giacomettiano, filiformi eppure monumentali, la loro solennità ricorda la forza della natura. Loro sono “Sentinelle di Pace”, ci guidano e ci osservano. Sono la nostra anima, le nostre emozioni cariche di energia, ma come l’acqua che scivola via non possono obbligarci a seguire il loro volere, perché le loro mani aperte svelano palmi bucati che non possono costringerci. La loro è forza che ci sostiene, ma non ci impone nulla. Perché? Perché Lei, la Sentinella di Pace, posta su antichi edifici che rievocano il trascorrere del tempo, non può imporre nulla se non se stessa…
A conclusione di questo evento che ha visto il coinvolgimento dell’intero centro storico vastese, l’associazione culturale Settantaduedellarte, che ha curato l’intera esposizione, intende realizzare un evento conclusivo che rende omaggio all’arte in tutte le sue espressioni. lunedì 17 agosto verrà, infatti, realizzato uno Strega party in collaborazione con la Alberti di Benevento, l’artista beneventano ci parlerà dell’influenza della cultura sannita nel suo stile, seguiranno letture del romanzo vincitore del Premio Strega che saranno accompagnate da gruppi musicali locali. Farà da sfondo la degustazione del noto liquore Strega e di dolci tipici.
Roberta Presenza


AI CONFINI DELL’ANIMA di Antonio Tommaselli
Vasto (Ch), centro storico 18 luglio - 20 agosto 2009
A cura di Roberta Presenza

sabato 8 agosto 2009

IL PUNCH TROIANO, STORIA DI UNA FAMIGLIA


Quando si pensa ai liquori tipici abruzzesi subito la mente corre alla Centerba di Tocco da Casuria, all’Aurum di Pescara, alla Ratafià, fino alla genziana e al nocino, ma ci sono beni che anche se fuori produzione costituiscono parte integrante della storia dei prodotti tipici abruzzesi; un esempio è il Punch Troiano di Villalfonsina (Ch).Villalfonsina è un borgo posizionato in collina, a pochi chilometri dalla costa, piccolo centro da sempre dedito all’agricoltura è un paese che oggi conta poco più di millecinquecento abitanti in gran parte anziani. Presenta interessanti elementi architettonici come la Chiesa Principale, la Madonna del Buon Consiglio e la Fontana ottocentesca, dalla particolare forma esagonale. Tuttavia la comprensione di un territorio non si conclude con la conoscenza dei suoi monumenti e delle sue tradizioni, ma passa anche attraverso la riscoperta di prodotti tipici che hanno segnato gli avvenimenti di un periodo, come il punch della famiglia Troiano. Il punch fuori produzione dal 1929 ha una sua affascinante storia che si perde nei ricordi delle persone di famiglia. Si racconta che il signor Epifanio Troiano, siamo nella seconda metà del 1800, lavorava come sarto e girava con il suo calesse nei paesi del chietino, durante i suoi viaggi lontano da casa apprese tecniche di realizzazione di una bevanda alcolica; una notte poi, gravemente malato, sognò fantasticando la realizzazione di un liquore; dopo la sua guarigione iniziò insieme ai figli la produzione di un punch a cui diede il nome della sua famiglia. Cominciò in questo modo la vicenda di una bevanda dalla ricetta segreta. La produzione del punch nel tempo da familiare divenne industriale, e nel 1910 a Buenos Aires venne registrato il marchio di produzione. Il Punch iniziò a partecipare a numerosi concorsi conseguendo moltissimi riconoscimenti, medaglie d’Oro e Croci al merito, e per le sue eccezionali peculiarità dichiarato Fuori Concorso all’Esposizione Internazionale di Parigi. Nel 1903 il Prof. Alfonso Magnarapa primario dell’ospedale degli Incurabili di Napoli cosi lo definiva: “Il Punch fatto dai signori Troiano Epifanio e Figli di Villalfonsina alla sua potente azione eccitante unisce un aroma che lo rende superiore a tutti gli altri: ed io nella polmonite lo adopero con molto vantaggio invece della comune cura alcolica, a cui è preferibile non solo per la qualità dell’alcol etilico, cioè di vino e non amilico, ma altresì pel suo gradevolissimo sapore. Preso poi in una tazza calda costituisce una bevanda assai gustosa…” Data l’importanza del prodotto la realizzazione delle etichette pubblicitarie venne affidata al giovane Basilio Cascella (1860-1950) di Pescara. Siamo in un periodo storico in cui si manifestava la necessità di riprodurre facilmente le immagini per fini commerciali, così gli artisti iniziarono ad applicare la tecnica cromolitografica anche alla realizzazione di etichette pubblicitarie. La cromolitografia è una tecnica che rende possibile la stampa di piccole immagini, a colori, a basso costo e in grandi tirature, senza però perderne in eleganza e bellezza. Osservando attentamente l’etichetta del Punch Troiano, a cui nel tempo sono state aggiunte le numerose medaglie al merito ottenute nei concorsi, si nota come rispecchi a pieno lo stile di Cascella. Chi conosce le splendide cartoline illustrate del pittore pescarese ritrova nell’etichetta del punch le medesime linee sinuose, le stesse forme procaci di donna e l’immancabile edera, elemento caratterizzante delle litografie di Cascella e tipiche dello stile Liberty. La Famiglia Troiano come testimoniano i racconti e le etichette non produceva solo il famoso Punch, ma anche un Rum. Per trattenere ben saldo il legame tra questi prodotti e la famiglia produttrice, è tradizione tramandare la ricetta solo ai discendenti maschi dei Troiano, tradizione che viene portata avanti fino ai giorni nostri, caratteristica questa che ne enfatizza e sottolinea la segretezza.
Le etichette pubblicitarie di Basilio Cascella
Nel 1895 Basilio Cascella fondò a Pescara insieme al pittore sulmonese Vincenzo Alicandri, lo "Stabilimento litografico B. Cascella e C.°"attualmente sede del Museo Civico. Qui diede il via a una intensa produzione grafica, dedicandosi alla stampa di materiale pubblicitario, numerose serie di cartoline illustrate e alla creazione e realizzazione della raffinata rivista d’arte e letteratura, L’Illustrazione Abruzzese. La tecnica di esecuzione di tutti questi prodotti di editoria d’arte era la cromolitografia, tecnica a stampa raffinata e complessa, evoluzione della stampa litografica. La Cromolitografia consiste nell’incidere una pietra calcarea, quindi molto porosa, con una matita litografica. Successivamente alla realizzazione disegno, direttamente sulla matrice, si stende il colore che va a riempire le zone da colorare, il colore non uscirà fuori dai margini fermato dal grasso del disegno. Vengono utilizzate pietre diverse per colori diversi con una torchiatura finale. La nascita della Cromolitografia (il cui brevetto ufficiale fu depositato a Parigi nel 1837 da Godefroy Engelmann 1778–1839) la si deve a Aloys Senefelder che dopo aver inventato la litografia nel 1796 a Monaco perfezionò e sviluppò nell’800 questa particolare tecnica che permetteva di ottenere diverse sfumature di tonalità e colori brillanti. Questa complessa tecnica a stampa adottata anche da Basilio Cascella permetteva di realizzare piccoli capolavori d’arte grafica. Le opere grafiche di Cascella testimoniano il gusto e la cultura di un’epoca nella quale il regionalismo, sempre presente nell’arte di Cascella si coniuga stilisticamente con le grandi correnti estetiche europee. L’evoluzione della tecnica cromolitografica ha portato negli anni del dopoguerra allo sviluppo della serigrafia, derivante dalla fotografia.

Le notizie relative a questo articolo sono state gentilmente concesse dal Sig. Tancredi Troiano (1/12/1942-15/8/2008).