sabato 8 agosto 2009

IL PUNCH TROIANO, STORIA DI UNA FAMIGLIA


Quando si pensa ai liquori tipici abruzzesi subito la mente corre alla Centerba di Tocco da Casuria, all’Aurum di Pescara, alla Ratafià, fino alla genziana e al nocino, ma ci sono beni che anche se fuori produzione costituiscono parte integrante della storia dei prodotti tipici abruzzesi; un esempio è il Punch Troiano di Villalfonsina (Ch).Villalfonsina è un borgo posizionato in collina, a pochi chilometri dalla costa, piccolo centro da sempre dedito all’agricoltura è un paese che oggi conta poco più di millecinquecento abitanti in gran parte anziani. Presenta interessanti elementi architettonici come la Chiesa Principale, la Madonna del Buon Consiglio e la Fontana ottocentesca, dalla particolare forma esagonale. Tuttavia la comprensione di un territorio non si conclude con la conoscenza dei suoi monumenti e delle sue tradizioni, ma passa anche attraverso la riscoperta di prodotti tipici che hanno segnato gli avvenimenti di un periodo, come il punch della famiglia Troiano. Il punch fuori produzione dal 1929 ha una sua affascinante storia che si perde nei ricordi delle persone di famiglia. Si racconta che il signor Epifanio Troiano, siamo nella seconda metà del 1800, lavorava come sarto e girava con il suo calesse nei paesi del chietino, durante i suoi viaggi lontano da casa apprese tecniche di realizzazione di una bevanda alcolica; una notte poi, gravemente malato, sognò fantasticando la realizzazione di un liquore; dopo la sua guarigione iniziò insieme ai figli la produzione di un punch a cui diede il nome della sua famiglia. Cominciò in questo modo la vicenda di una bevanda dalla ricetta segreta. La produzione del punch nel tempo da familiare divenne industriale, e nel 1910 a Buenos Aires venne registrato il marchio di produzione. Il Punch iniziò a partecipare a numerosi concorsi conseguendo moltissimi riconoscimenti, medaglie d’Oro e Croci al merito, e per le sue eccezionali peculiarità dichiarato Fuori Concorso all’Esposizione Internazionale di Parigi. Nel 1903 il Prof. Alfonso Magnarapa primario dell’ospedale degli Incurabili di Napoli cosi lo definiva: “Il Punch fatto dai signori Troiano Epifanio e Figli di Villalfonsina alla sua potente azione eccitante unisce un aroma che lo rende superiore a tutti gli altri: ed io nella polmonite lo adopero con molto vantaggio invece della comune cura alcolica, a cui è preferibile non solo per la qualità dell’alcol etilico, cioè di vino e non amilico, ma altresì pel suo gradevolissimo sapore. Preso poi in una tazza calda costituisce una bevanda assai gustosa…” Data l’importanza del prodotto la realizzazione delle etichette pubblicitarie venne affidata al giovane Basilio Cascella (1860-1950) di Pescara. Siamo in un periodo storico in cui si manifestava la necessità di riprodurre facilmente le immagini per fini commerciali, così gli artisti iniziarono ad applicare la tecnica cromolitografica anche alla realizzazione di etichette pubblicitarie. La cromolitografia è una tecnica che rende possibile la stampa di piccole immagini, a colori, a basso costo e in grandi tirature, senza però perderne in eleganza e bellezza. Osservando attentamente l’etichetta del Punch Troiano, a cui nel tempo sono state aggiunte le numerose medaglie al merito ottenute nei concorsi, si nota come rispecchi a pieno lo stile di Cascella. Chi conosce le splendide cartoline illustrate del pittore pescarese ritrova nell’etichetta del punch le medesime linee sinuose, le stesse forme procaci di donna e l’immancabile edera, elemento caratterizzante delle litografie di Cascella e tipiche dello stile Liberty. La Famiglia Troiano come testimoniano i racconti e le etichette non produceva solo il famoso Punch, ma anche un Rum. Per trattenere ben saldo il legame tra questi prodotti e la famiglia produttrice, è tradizione tramandare la ricetta solo ai discendenti maschi dei Troiano, tradizione che viene portata avanti fino ai giorni nostri, caratteristica questa che ne enfatizza e sottolinea la segretezza.
Le etichette pubblicitarie di Basilio Cascella
Nel 1895 Basilio Cascella fondò a Pescara insieme al pittore sulmonese Vincenzo Alicandri, lo "Stabilimento litografico B. Cascella e C.°"attualmente sede del Museo Civico. Qui diede il via a una intensa produzione grafica, dedicandosi alla stampa di materiale pubblicitario, numerose serie di cartoline illustrate e alla creazione e realizzazione della raffinata rivista d’arte e letteratura, L’Illustrazione Abruzzese. La tecnica di esecuzione di tutti questi prodotti di editoria d’arte era la cromolitografia, tecnica a stampa raffinata e complessa, evoluzione della stampa litografica. La Cromolitografia consiste nell’incidere una pietra calcarea, quindi molto porosa, con una matita litografica. Successivamente alla realizzazione disegno, direttamente sulla matrice, si stende il colore che va a riempire le zone da colorare, il colore non uscirà fuori dai margini fermato dal grasso del disegno. Vengono utilizzate pietre diverse per colori diversi con una torchiatura finale. La nascita della Cromolitografia (il cui brevetto ufficiale fu depositato a Parigi nel 1837 da Godefroy Engelmann 1778–1839) la si deve a Aloys Senefelder che dopo aver inventato la litografia nel 1796 a Monaco perfezionò e sviluppò nell’800 questa particolare tecnica che permetteva di ottenere diverse sfumature di tonalità e colori brillanti. Questa complessa tecnica a stampa adottata anche da Basilio Cascella permetteva di realizzare piccoli capolavori d’arte grafica. Le opere grafiche di Cascella testimoniano il gusto e la cultura di un’epoca nella quale il regionalismo, sempre presente nell’arte di Cascella si coniuga stilisticamente con le grandi correnti estetiche europee. L’evoluzione della tecnica cromolitografica ha portato negli anni del dopoguerra allo sviluppo della serigrafia, derivante dalla fotografia.

Le notizie relative a questo articolo sono state gentilmente concesse dal Sig. Tancredi Troiano (1/12/1942-15/8/2008).

martedì 18 novembre 2008

ANGOSCIA DEL PRESENTE O SPETTRO DEL PASSATO?

L’ottocento europeo ha conosciuto un orientamento rivoluzionario di fondo attorno al quale si è organizzato il pensiero filosofico, politico, letterario, la produzione artistica e l’azione degli intellettuali.
Dalla metà dell’800 il rapporto fra arte e società si arricchisce di elementi nuovi. Fin dai tempi di Delacroix, di Courbet, di Pellizza Da Volpedo il realismo con accentuazioni umanitarie, la solidarietà sociale, la denuncia, sono temi che entrano prepotentemente a far parte del mondo dell’arte.
Lungo il filo dell’evoluzione artistica dal Realismo si giunge all’arte sociale e politicamente impegnata passando attraverso l’amara ironia dell’Espressionismo tedesco e la forza del Futurismo. Nel corso dei secoli il tema rimane invariato, la denuncia, la rappresentazione degli oppressi, il disagio della gente al margine.
All’invarianza del tema e del contenuto corrisponde però un’infinita e molteplice varietà linguistica. Questo filone artistico “dell’arte sociale” si sviluppa fino ai giorni nostri.
Negli ultimi tempi si parla ampiamente del problema “immondizia”in Campania a volte si fa l’errore di pensare, o si tende a far pensare, che tale problema è nato ora, in questi giorni negli ultimi tempi, durante l’ultima campagna elettorale, ma andando oltre, scavando nelle notizie si “scopre?” che questo dramma non è nuovo, ma è lì, presente da anni, da troppi anni...talmente radicato da rendersi quasi ovvio, scontato, per chi lo vive tutti i giorni sulla propria pelle. Anche se i giornali, i media, ne parlano come di un evento del tutto sconosciuto e ora purtroppo, in parte strumentalizzato.
C’è da chiedersi e gli artisti?…cosa dicono? Gli artisti sensibili ai problemi della società, occhio che scruta trasversalmente tutte le vicende che ci circondano e ci sovrastano. Anticipando spesso le problematiche denunciando i mali dell’animo umano, gli artisti come attenti cronisti delle diverse anime nascoste della nostra società come vivono questi drammi?
C’è un artista che già dal 1973 attraverso un dipinto denunciava la presenza incombente, soffocante del problema immondizia, nella splendida città di Napoli. Napoli dai mille colori, la Napoli, dai mille volti e delle mille sorprese.
Napoli derisa, umiliata, la città che non finisci mai di scoprire, la città che già tante volte è stata schiacciata dai suoi stessi sistemi, ma che trae forza dai suoi medesimi drammi. L’artista è Armando De Stefano, il dipinto: Napoli bandiera gialla settembre 1973.
In questo periodo Napoli è colpita da una dilagante epidemia di colera. Mentre la città vive il questo dramma“la notizia rimbalza in un lampo sulle prime pagine dei giornali. La città sembra ripiombare di colpo in un'altra epoca e inizia la caccia al colpevole. Chi sono gli untori? Sul banco degli accusati salgono gli allevatori di cozze. Si dice siano loro a diffondere il morbo, la folla preme contro i cancelli, iniziano i disordini: montagne di rifiuti vengono incendiate a Bagnoli e a Capodichino, e inizia in molti quartieri una guerriglia urbana a cui la polizia risponde con i lacrimogeni”.
Mentre a Napoli si vive in questo clima di terrore Armando De Stefano è impegnato nella conclusione del ciclo pittorico dedicato a Masaniello e l’inizio del ciclo di Odette.
Entrambi i cicli pittorici legati alla tematica del riscatto sociale, della rivalsa in un’elaborazione pittorica in cui è evidente la predilezione e il recupero del valore simbolico di personaggi storici anticonformisti, indipendenti, vittime dei poteri, agnelli sacrificali della storia e degli errori umani. In questo clima turbinoso e concitato. L’artista realizza Napoli bandiera gialla. Un’allegoria dei mali di Napoli, dipinto simbolico, ma quanto mai attuale, emblema di una realtà nota agli occhi dell’artista. Eventi che tristemente si ripetono anche oggi nel 2008.
Una massa caotica, fluente e continua di oggetti di uso quotidiano sommergono un corpo seminudo ormai privo di vita. Un cumulo di detriti, immondizie, scarti della società, rottami bottiglie si dipanano ai piedi di un attonito Vesuvio che si staglia contro il cielo azzurro caratteristico del golfo di Napoli.
I colori sono forti accesi, i contorni netti e definiti, frammenti logorati della nostra storia si mischiano a oggetti di uso comune facendo mostra di se su di un corpo umano.
Il dipinto si propone come metafora dell’uomo schiacciato dai suoi stessi miti e dai suoi stessi “prodotti”. Gli oggetti quotidiani da “indispensabili” si trasformano in soffocanti presenze, impossibili da eliminare e ricacciare indietro.
Lo stesso De Stefano li definisce “simboli al contrario”il fusto del detersivo, i contenitori di plastica. Ma è anche la nostra storia che si ripropone, le coccarde giacobine, i fregi in pietra, i giornali che in questo contesto assumono il valore simbolico della rivolta e del riscatto sociale. Diventano pesanti e opprimenti elementi che attanagliano Napoli, l’Italia, e l’essere umano.
L’amara ironia è data dai colori di questi oggetti che rimangono intensi, luminosi nel tempo mentre l’essere umano con un colore cinereo di morte appassisce e inaridisce sotto una maglia di ferro.
La Pittura di De Stefano è realistico sociale, con una forte adesione ai principi del neorealismo che lo conducono verso una pittura vigorosa dal segno deciso e un cromatismo dai toni caldi. Dettami artistici e stilistici che ritroveranno rinnovato vigore negli anni ‘60 dopo un incontro con Francis Bacon e dopo un periodo più simbolico e una figurazione meno definita.
Il dipinto Napoli bandiera gialla 1973 è conservato presso la galleria d’arte contemporanea Mediterranea presso palazzo d’Avalos a Vasto (Ch), costituita da una serie di dipinti di otto pittori quattro italiani e quattro spagnoli, frutto della donazione dei coniugi Olivares Paglione.

Roberta Presenza

lunedì 8 settembre 2008

LA BEATA BEATRIX



Dante Gabriel Rossetti
Beata Beatrix
Olio su tela, 1864/1870

Considerato uno dei capolavori della pittura simbolista, l’opera appartiene ad un ciclo di dipinti ispirati alla Vita Nova e alla Comedia dantesca.
Il dipinto raffigura Elizabeth Siddall, moglie di Dante Gabriel, morta nel 1862 a causa di un’eccedente dose di laudano, ma allo stesso tempo è la rappresentazione simbolica del passaggio dalla vita terrena a quella spirituale di Beatrice Portinari, la donna amata da Dante Alighieri.
Per Dante Gabriel Rossetti che per tutta la vita rimase profondamente legato alla figura dell’Alighieri era necessario che la sua modella, compagna e poi moglie diventasse “Beatrice”, dando il suo volto ad ogni rappresentazione pittorica di quest’ultima. La Siddall fin da giovane ancor prima di diventare la moglie di Rossetti fu la modella prediletta dei Preraffaelliti, è suo il volto di Ophelia di Millais e di tutti i dipinti giovanili di Dante Gabriel.
La Beata Beatrix portata a compimento a due anni di distanza dalla dipartita dell’amata moglie, si propone come una meditazione sulla vita e la morte. Sintesi ultima tra Elizabeth Siddall e Beatrice Portinari, nonché estremo straziante omaggio di un uomo nei confronti della donna amata. Il dipinto si configura come una reminescenza fedele di Elizabeth, elevata a simbolo di un amore tormentato e sacrale, ma anche interpretata misticamente come una Beatrice fonte di copiose ispirazioni e oggetto di un amore infinito.
La figura di Elizabeth morente si materializza davanti agli occhi degli spettatori come un’apparizione controluce, protesa in un'estasi mortale. Il volto sollevato all’indietro è raffigurato in un ultimo momento di vita, le sue palpebre chiuse preannunciano l’imminente trapasso dal mondo terreno a quello Divino. Sulle mani abbandonate, già prive di vita, una colomba dalle piume scarlatte lascia cadere un papavero dai petali bianchi, evidente riferimento all’oppio con cui la Siddall trovò la morte.
La colomba dall’aureola d’oro, comunemente simbolo di amore e di pace, ma anche rappresentazione simbolica dello Spirito Santo, è qui raffigurata con enigmatiche piume rosse, metafora dell’amore e della passione. L’uccello assume in questo dipinto una doppia accezione: identifica lo Spirito Santo che arriva per condurre in cielo Beatrice ma è al contempo funesto messaggero di morte. Il fiore di papavero è simbolo del veleno e del turbamento interiore che spinse la donna al suicidio.
Il volto e le mani di Elizabeth, idealizzata attraverso una mistica Beatrice, rapiscono lo sguardo e solo in un secondo momento ci si accorge della presenza sullo sfondo del dipinto di due figure contrapposte: Dante e Amore. I loro sguardi desolati si uniscono mentre vegliano sul corpo morente di Elizabeth. Alle loro spalle un ponte illuminato, simbolo della città di Firenze, celebra e rammenda il legame esistente tra l’Italia che l’Inghilterra.
Tutto tace, l’intera città di Firenze rimane attonita e muta al cospetto della morte di Beatrice/Elizabeth. La meridiana segna le ore nove, numero anch’esso misticamente associato alla deificazione di Beatrice, al Paradiso, ai cori angelici, a tutto ciò che ruota intorno alla Perfezione del Creato.
Anche Elizabeth è elevata a simbolo di purezza, legame tra la vita e la morte, tra la passione e la disperazione, elementi che caratterizzarono l’intera esistenza di Dante Gabriel Rossetti.
La vita del Rossetti sarà segnata dalla tormentata storia d’amore con Elizabeth Siddal. La conosce nel 1849 e presto diventa la modella della maggior parte dei suoi quadri e disegni. Le opere giovanili di Dante Gabriel sono nutrite di citazioni e rimandi alla vita di Dante Alighieri e rendono omaggio alle sue opere letterarie. Fin da subito la giovane Lizzie è fatta trascendere nella figura di Beatrice.
Così, nei dipinti e negli scritti di Dante Gabriel, questa donna svolge un ruolo affine a quello di Beatrice Portinari nei riguardi di Dante Alighieri: guida spirituale attraverso la bellezza verso una dimensione trascendentale. Nel 1283 Dante trova l'Amore nel fragile sguardo di Beatrice, nel 1850 Rossetti lo incontra in quello di Elizabeth Siddal.
Per dieci lunghi anni Elizabeth aspetta silenziosamente di poter sposare il suo unico amore, che la chiede in moglie nel 1860, quando l’amore e lo stato di salute di Lizzie sono già compromessi da un’estenuante attesa e dalla continua incertezza che avevano già messo a dura prova i suoi fragili nervi.
Nel 1860 Elizabeth e Dante Gabriel si sposano.
Nel maggio del 1861 Elisabeth dà alla luce una figlia nata morta.
Questo tragico evento getta l’animo della donna, ulteriormente provato da un’inguaribile malattia, in uno stato di profonda frustrazione. Un’infima depressione la condurrà verso il tragico gesto che libererà la sua anima dal dolore della vita terrena per sempre. Dante Gabriel non si scosterà mai del tutto dal ricordo di Elizabeth, anche se altre donne entreranno nella sua vita. Dopo dieci anni dalla morte di Lizzie, in una sorta di emulazione espiatoria, decide di suicidarsi anch’egli con il laudano ma senza ottenere lo stesso letale risultato della moglie.


Roberta Presenza



La Beata Beatrix è attualmente in mostra a Vasto (Ch), presso Palazzo d'Avalos fino al 16 novembre 2008
la mostra rimarrà aperta dal martedi alla domenica nei seguenti orari
9.30/12.30
16.30/19.30

mercoledì 4 giugno 2008

IL TOSON D'ORO

Storia di un ordine cavalleresco

L'Ordine del Toson d'Oro è uno degli ordini cavallereschi più antichi ed illustri, istituito a Bruges da Filippo il Buono duca di Borgogna, il 10 gennaio 1430, in occasione del suo matrimonio con Isabella di Portogallo.
Inizialmente l'Ordine si componeva di soli 24 cavalieri, portati successivamente a 30 e poi a 50, tra questi il Sovrano nominava un Tesoriere, un Re d’Armi ed un Cancelliere.
Con la morte di Carlo il Temerario, la casa d'Absburgo ereditò il Gran Magistero dell'Ordine e Carlo V accordò numerosi privilegi a questa nobilissima istituzione cavalleresca.
Con l'abdicazione di Carlo V, il Gran Magistero dell'Ordine del Toson d'Oro venne mantenuto dalle case regnanti d'Austria e di Spagna.
Nel 1712, durante le lotte per la successione alla Corona di Spagna, estinta la linea spagnola, la casa d'Austria pretese di essere l'unica detentrice del Gran Magistero, reclamando la Sovranità sull’Ordine, impadronendosi del tesoro del Toson d’Oro nel 1714. Ma il re di Spagna Filippo V non fu d’accordo con questa decisione, dopo lunghe vicissitudini, le due case regnanti si accordarono di conferire, ciascuna per proprio conto, tale insigne Ordine; da allora esistono due rami indipendenti, uno ha come Sovrano il Capo della Casa d’Austria, l’altro il Re di Spagna.
L'Ordine è riservato solo ai principi o grandi di Spagna o altissimi dignitari. L’onorificenza consiste in un tosone o vello di pecora d'oro, collegato ad una collana. Il nastro dell'Ordine è rosso.

Nel 1723 al Principe romano Fabrizio Colonna fu conferita l’onorificenza del Toson d’Oro, consegnatagli dal marchese Cesare Michelangelo d'Avalos.


In omaggio a questo importante evento la città di Vasto (Ch) da ormai venti anni organizza uno spettacolare corteo in costume, nel suggestivo centro storico della città.


venerdì 23 maggio 2008

LA PINACOTECA PALIZZI

Giovedi 20 marzo 2008 è stata riaperta al pubblico nella prestigiosa sede di Palazzo d’Avalos (Vasto, Ch) la Pinacoteca Palizzi.
La riapertura di questa pinacoteca è un grande evento che contribuisce ad arricchire e restituire al pubblico vastese, e non solo, le opere di così illustri cittadini. La storia di questa esposizione è ricca di vicende alterne di dimenticanze di continue aperture mai veramente messe in atto, alternate da lunghi periodi di chiusura al pubblico e di totale smantellamento dell’allestimento. La sua riapertura ufficiale è avvenuta grazie all’interesse dell’Assessorato alla Cultura, in collaborazione con la Dott.ssa Giovanna Di Matteo della Soprintendenza ai Beni Storico Artistici dell’Aquila. Grazie alla quale durante la scorsa estate è stato possibile arricchire il piano nobile del Palazzo con l’esposizione permanente, per la prima volta al pubblico, della collezione Ricci Monteferrante che da anni giaceva nei depositi del Palazzo.
La riapertura della Pinacoteca è il giusto omaggio che la città rende ai più illustri pittori vastesi, famosi a livello internazionale, i fratelli Palizzi, Giuseppe, Filippo, Nicola e Francescopaolo. Tra i quattro Giuseppe e Filippo sono sicuramente i più noti alla critica e al grande pubblico, famosi per aver rinnovato la pittura di paesaggio durante la metà dell’800. Giuseppe e Filippo ancora giovani partono alla volta di Napoli, per proseguire i loro studi e frequentare l’Accademia di Belle Arti, istituzione che entrambi abbandonarono presto per seguire altre strade. Giuseppe si trasferisce a Parigi dove entra in contatto con i pittori della scuola di Barbizonne, mentre Filippo, rimasto a Napoli, grazie all’amicizia con il pittore napoletano Domenico Morelli e la frequentazione del circolo culturale di Francesco De Sanctis entra a far parte di quel rinnovamento culturale che arricchisce l’Italia della metà ottocento e che sfocia poi nelle ribellioni del ’48. Nicola e Francescopaolo sono meno conosciuti ma altrettanto contribuiscono al rinnovamento della pittura di paesaggio.

VASTO,PERSONALE DI LUCIO SINIGALLIA

Ha riscosso un notevole successo di pubblico la personale di pittura di Lucio Sinigallia, artista veronese che per la prima volta espone le sue opere a Vasto (Ch). Sinigallia, ha realizzato numerose personali in importanti gallerie d’arte di Milano, Venezia, Madrid e in Arizona, approda sulla cittadina costiera con il turbinio dei colori tipico dei suoi quadri. l'artista che permette, almenocon la fantasia, un ritorno alle origini da colore e forma al fascino della tradizione, unito alla ricerca di un mondo fantastico, in cui rifugiarsi, la sua arte è espressione viva dei propri sentimenti. Le sue sono immagini “surreali”, quasi sogni chagalliani, espressi attraverso un uso del colore impressionista, ma con uno stile che lo accomuna al naif, anche se il suo stile non appartiene a nessuna scuola, ma si la scia ispirare dalla natura che lo circonda. Il tratto caratteristico della sua mano pittorica e nitido e preciso, finalizzato all’esaltazione dei sentimenti, delle passioni, dell’amore per le tradizioni, per il lavoro dell‘uomo e soprattutto per la propria terra. Talentuoso paesaggista, soggetti e contenuti del suo far pittura rievocano tutto l’amore per per le tradizioni, per il desiderio di non dimenticare, in un mondo che scorre veloce e frenetico, che non intacca i soggetti dei suoi dipinti.
La natura e la figura umana sono al centro della sua arte, arte che affascina anche i più piccoli che numerosi hanno visitato la mostra di un artista che porta un messaggio di riscoperta, riscoperta della natura e della vita semplice della campagna, con i suoi ritmi scanditi dal ciclo delle stagioni.

Personale di Lucio Sinigallia, Sala Mattioli 6-11 maggio 2008

lunedì 12 maggio 2008

LA PITTURA DI LUIGI PETRONE


LUIGI PETRONE
Musicalità e armonia

il pittore napoletano Luigi Petrone si esprime attraverso un linguaggio artistico fatto di esplosioni di colore vibrante che emana gioia pura. Evoca immagini celestiali, oniriche, con una luminosità quasi accecante che glorifica il creato, l’universo intero.
I suoi dipinti esprimono ed esaltano tutta la tensione interiore e la fantasia, dell’artista con penetrante intensità. Lirismo e spiritualismo sono i principi di base che trapelano dalle sue opere.
Profondo conoscitore della realtà, questa viene proposta come materia dei sogni che si sgretola al contatto con la luce del giorno. La realtà-sogno è fissata, impressa sulla tela, per non perderne mai più il momento.
I suoi dipinti rievocano il caos primordiale dove tutto era condensato e da li tutto avrebbe avuto origine.
Osservando i dipinti dell’artista napoletano ci si imbatte nella luce del giorno, in colori cangianti e musicali, la sua arte carica di luce e speranza, ci proietta e trasporta verso l’infinito, verso Dio.
Le sue tele evocano armonia, ricerca, speranza, una profonda fede e riconoscenza verso il Signore per tutto quello che offre all’uomo e a tutte le sue creature.
Non è arte se non vai oltre le regole, oltre la passione, oltre gli insegnamenti, quando ci si libera di tutto il costruito, l’intorno, e si libera la mente allora si fa della vera arte, altrimenti è mera applicazione di principi e dogmi. Petrone si libera di tutto il costrutto e il costruito e riesce a rendere l’armonia, esprimere su tela trasmettere gioia, la gioia della vita e la magnificenza del creato.
Artista arcano, fantasioso, colto, la profondità dei temi trattati va oltre il dato oggettivo, l’Artista non polemizza, non denuncia, non ci sommerge con la cruda realtà della vita e dei suoi dolori, ma ci lascia suggestionare si lascia suggestionare dall’onirico, dal mistero dell’universo, dalla continua e infinita ricerca dell’uomo. I colori sono vividi, brillanti espressi con la sua tecnica, il suo metodo, unico, di “giocare” con i pennelli, con il colore, con la pastosità e corposità del colore, di trattare la materia pittorica, di renderla corposa e fluttuante. La sua arte non è denuncia polemica e dissacrazione, le sue sono espressioni sinestetiche, che confluiscono in un unico nodo espressivo tutte le manifestazioni artistiche, in particolare la pittura la musica e nostalgie primitivistiche.
Si osserva nelle opere del Nostro quasi un totale superamento di ogni traccia realistica ed oggettuale, ma guardando attentamente, andando “oltre”osservando con occhio libero dagli schemi, dai suoi dipinti esplode la natura in tutta la sua meraviglia, nelle sue tele si nascondono mostri marini, volti, fiori, mondi fantastici che si aprono solo agli occhi di chi li sa vedere.
La spiritualità guida e domina l’arte di Petrone, la sua è energia psichica e irrazionale continua affermazione dell’esistenza di una realtà diversa da quella posta davanti ai nostri occhi.
La sua arte è una irriducibile connessione tra la vita a livello biologico e noologico (spirituale) tra loro irriducibili ma connessi. Non c’e separazione tra spirito e materia, l’io individuale dell’uomo si espande in armonia con l’universo.
Una profonda cultura è saggezza è alla base del suo fare arte, la scoperta che il processo di evoluzione della natura culmina nell'uomo, nella sua vita spirituale, è la testimonianza che tutta la realtà, cosiddetta «materiale», è nella sua sostanza «spirituale», e che l'affermazione dello spirito è il fine stesso del processo naturale. Tale processo mostra che Dio è la condizione di ogni evento fisico e di ogni legge meccanica. All'uomo resta così aperta la via alla speranza e alla gioia dell'esistenza, con possibilità dell'azione morale e la certezza della fede.