giovedì 21 febbraio 2013

MUZII, LEGNI E SEGNI, l'anima, la poesia, il gesto

A distanza di un anno, o poco più, eccomi nuovamente a parlarvi di Giuseppe Muzii. Questa volta l'artista, nonchè amico, espone una selezione delle sue opere presso il Museo delle Genti d'Abruzzo a Pescara. Sarà possibile ammirare i suoi lavori fino al 24 febbraio quindi affrettatevi !!!! Per maggiori info sulla sua arte e sul suo 'poetare con i legni' vi rimando al post precedente!!!! ciao!!!! P.S. ORARI APERTURA MOSTRA lun- ven 9-13 sab- dom 16-19 INGRESSO LIBERO www.gentidabruzzo.it

lunedì 28 novembre 2011

GIUSEPPE MUZII, personale di pittura presso il Ristorante la Taverna - Vasto (Ch)





Con l’esposizione “Poesia sui legni” è possibile ammirare a Vasto, fino al 30 novembre 2011, una selezione di opere dell’artista vastese Giuseppe Muzii. Attraverso un percorso di temi e soggetti riconducibili a un animo sensibile e profondo si entra con discrezione, quasi in punta di piedi, nel mondo di questo artista, poeta, filosofo e pittore. Addentrarsi nel mondo di Giuseppe è come farsi trasportare dalle onde del mare, abbracciare dalla sua profondità, cullare dalla sua poesia, travolgere da paure desideri e sogni. Con le sue opere rende tangibile e concreta un’oggettività che altrimenti resterebbe sfuggente e inafferrabile.“Vestire la forma di un’idea sensibile” scrive Moreas nel 1886, quando compone il manifesto del Simbolismo letterario, queste parole echeggiano nella mente quando si ammirano, in silenzio, le opere di Giuseppe. Le sue non sono semplici immagini dipinte ma vere poesie pittoriche, che esprimono tutto il vacillare dell’Uomo davanti all’incertezza dell’esistenza, alla mutevolezza dell’orizzonte mai raggiunto. Muzii codifica con pochi elementi il senso dell’esistenza e il nostro andare verso ciò che non si conosce. Come lui sovente ripete ‘siamo tutti barche in mezzo al mare’. La barca, elemento pittorico che spesso ricorre nelle sue tele rappresenta la salvezza e la chiesa, simbolo della salvezza delle nostre anime. Affascinato dalla pittura rupestre e dai primi simboli cristiani, Muzii si esprime in questa fase del suo percorso artistico con soggetti, simili ma mai uguali, sempre mutevoli agli occhi di chi sa guardare. Chi conosce le spiagge di Vasto può facilmente riconoscere nelle opere di Giuseppe i legni che il nostro mare abbandona sulle rive, lui raccoglie questi detriti e ne crea immagini simboliche, frutto di una ricerca intuitiva di contenuti nascosti nelle forme. L’artista riconosce le immagini che lo affascinano con gli occhi della mente, poi assembla con cura i materiali e dipinge gli oggetti, come conseguenza naturale dell’operazione mentale già avvenuta. L’arte, la poesia, sono dentro di lui, non deve fare altro che rendersene interprete per il suo e il nostro stupore. Le sue opere sono accompagnate da pensieri e parole scritte che non decifrano, ma completano l’opera d’arte. Perché da vero simbolista rincorre il principio delle corrispondenze e il raggiungimento dell’armonia tra le arti, la ‘Gesamtkunstwerk’ di Wagner. Per questo artista spesso le opere non sono complete, ma si prestano a infinite rielaborazioni, tanto meno hanno un titolo ben definito. ‘Nominare un oggetto è sopprimere tre quarti del godimento della poesia che è costituita dalla felicità di indovinare poco a poco: suggerire, ecco il sogno ’, scrive Mallarmè. Pensieri ed emozioni vengono quindi suggeriti dalla rappresentazione artistica, attraverso l’essenzialità di pochi ma significativi elementi pittorici e materici. Distante dall’irriverenza di tanti artisti contemporanei, celebrati dalla critica e dal mercato dell’arte, Muzii un artista sensibile e acuto ci regala un mondo visionario e poetico. Attraverso immagini in apparenza facilmente decodificabili, ma sovente imprevedibili e criptiche, un uomo a cui piace emozionarsi e far emozionare, ci fa dono di opere di pura semplicità e poesia.
Scheda tecnica
Giuseppe Muzii:’Poesia sui legni’ c/o Ristorante la Taverna, Vasto Via Sondrio n. 3
Per conoscere più a fondo l’arte e di Giuseppe Muzii e di Giulietta Spadaccini, pittrice e abile ceramista è possibile visitare la bottega ‘Percorsi D’Arte’ – Vasto- Corso Garibaldi n.75 e consultare il sito internet: http://www.percorsidarte.it/

venerdì 29 aprile 2011

FILANDRO LATTANZIO, il colore e l'atmosfera

FILANDRO LATTANZIO, il colore e l’atmosfera, mostra omaggio all’artista vastese nel 25°anniversario della sua scomparsa

di Roberta Presenza

Si è svolta sabato 23 aprile nelle sale della pinacoteca di palazzo d’Avalos l’inaugurazione dell’esposizione ‘Filandro Lattanzio, il colore e l’atmosfera’, allestita presso le nuove sale espositive di Palazzo d’Avalos, inaugurate con questa mostra. L’esposizione propone 46 opere provenienti dalla collezione civica e dalle collezioni private, della figlia Viviane Dutaut e della cugina Ada Lattanzio. Una piccola ma significativa porzione della vastissima produzione pittorica dell’artista, che fornisce indicazioni circa gli approdi tematici e stilistici di Lattanzio. Attraverso questa esposizione, omaggio ad una intera esistenza dedicata all’arte, si aggiunge un altro tassello al puzzle artistico di Filandro che negli anni si sta ricostruendo attraverso la realizzazione di saggi di approfondimento sull’artista ricerche e testi critici che mettono a fuoco identità e spessore di un artista dalla personalità complessa. Filandro Lattanzio è stato un autodidatta, che da solo si è confrontato con i grandi temi della pittura, passando attraverso molteplici stili ed esiti pittorici. Cresciuto nel ricordo della pittura paesaggista palizziana, i suoi primi dipinti conservano il rigore dell’accademismo, ma nell’impostazione delle prime opere si intravedono già le interessanti evoluzioni che seguiranno di lì a poco. Si trasferisce a Roma verso il 1930, dove i contatti con gli artisti di via Margutta gli consentono di avviare il suo percorso di crescita come artista e come uomo. Mafai, Guttuso e Fazzini - giovani insofferenti dell’ufficialità e desiderosi di una maggiore libertà espressiva - furono gli artisti che per primi acquistarono le sue opere e lo introdussero nel circuito delle mostre della Capitale. Successivamente Filandro si spostò a Firenze dove poté ammirare e fare suo il rigore e la forma dei Classici. Durante gli anni della guerra conosce la prigionia, matura dolorosamente come uomo. Da questa vicenda drammatica la sua tavolozza ne esce arricchita e rafforzata. Sul finire degli anni ’40 Lattanzio prosegue il suo cammino e si trasferisce in Francia, a Chambery dove sposa Helene Castex. In Francia, dove rimase per circa venti anni, ha la possibilità di affinare la sua tecnica, anche grazie al confronto con movimenti artistici che hanno rivoluzionato la storia dell’arte come il Cubismo ed i Fauves. In questo lungo periodo acquista quella serenità interiore che gli permette di rinnovarsi ulteriormente. La tavolozza si arricchisce di colori squillanti ed energici, le forme diventano pure, geometriche, anche se la sua arte rimane sempre nel solco grande della tradizione. Gli ultimi venti anni della sua vita Lattanzio li trascorse nella sua città, a Vasto, che in fondo non aveva mai abbandonato del tutto, come dimostra la sua partecipazione e numerose esposizioni locali e al Premio Carlo della Penna dove partecipa per ben sette volte. Ritrova i suoi compagni di gioventù, partecipa attivamente alla vita culturale locale, apre uno studio galleria nel centro storico della città. Realizza numerosi paesaggi, ritratti, vedute di Vasto, della marina, delle campagne. Nel suo percorso artistico Filandro realizza anche numerose ed intense opere di soggetto religioso in cui compaiono scene tratte dalla Bibbia, come Susanna e i Vecchioni, l’Annunciazione, diverse Pietà e deposizioni. Tre importanti opere, di soggetto sacro e non presenti in mostra, possono essere ammirate in tre chiese di Vasto (Sant’Anna, San Marco e Madonna Addolorata in località Pagliarelli). Da questo lungo viaggio artistico di Lattanzio ne consegue una pittura solida, ancorata alla forma e alla forza plastica di Cézanne. Filandro non arriva mai alla dissoluzione della forma rimane sempre legato ad essa, e fedele ai canoni dell’arte classica. Quando arriva ad avvicinarsi alla pittura Impressionista predilige quella di Manet, in cui la forma e la linea restano vive e ferme pur aprendosi verso la luce del giorno. La sua intera attività si svolse quindi nel segno di una soluzione di continuità con la tradizione, coniugando in un codice personale recuperi iconografici e stilistici provenienti da correnti e movimenti diversi, antichi e moderni, senza mai cadere nella mera rivisitazione storica e senza far confluire interamente la sua opera all’interno di una determinata tendenza. Nell’opera di Lattanzio la linea non sovrastò mai il colore semmai l’assecondò dandogli forma ed energia. In questo senso vanno lette le apparenti diversità che si possono riscontrare anche in opere cronologicamente molto vicine tra loro. Le opere in mostra disposte secondo un andamento tematico prende avvio con i ritratti, affiancati dalle opere religiose, prosegue poi con le nature morte e i paesaggi, concludendosi con il tema dei nudi. Soggetti che Lattanzio, durante il suo percorso artistico, ha affrontato con diverse soluzioni estetiche e stilistiche. Inoltre la mostra è arricchita dall’esposizione di documenti critici sull’artista e da appunti autografi inediti. Per l’occasione è stato realizzato un catalogo con commento critico e racconti di vita dell’artista della figlia Viviane e della cugina Ada.

SCHEDA TECNICA

Mostra realizzata dall’Assessorato alla Cultura comune di Vasto, in collaborazione con l’Associazione culturale Settantaduedellarte e l’Associazione culturale Opificio AlterArs

FILANDRO LATTANZIO, il colore e l’atmosfera
Donazione Castex e prestiti Dutaut - Lattanzio
Pinacoteca di Palazzo d’Avalos

A cura di Roberta Presenza e Michele Montanaro
23 aprile- 31 agosto 2011

Orario e giorni di apertura: vedere orari musei Civici di Palazzo d'Avalos
Informazioni tel. 0873 367773

lunedì 15 febbraio 2010

AI CONFINI DELL'ANIMA esposizione di ANTONIO TOMMASELLI

Ai Confini dell’Anima esposizione di Antonio Tommaselli
L’esposizione Ai Confini dell’Anima ha in se il sapore dello stupore…nell’estate del 2009 le piazze del centro storico di Vasto si sono popolate di inquietanti, sorprendenti e a volte curiose figure che hanno provocato grande interesse in queste calde estive. Ai Confini dell’Anima è un percorso espositivo che si sviluppa nel centro di Vasto coinvolgendo illustri palazzi storici. Costituita dall’istallazione di sculture ed esposizione di opere pittoriche la mostra prende avvio negli ex edifici scolastici di Corso Nuova Italia, dove sono esposti acquerelli e acrilici dell’artista beneventano Antonio Tommaselli. L’esposizione prosegue lungo le strade del centro storico, ma cambia registro. Lungo Corso De Parma, Piazza Lucio Valerio Pudente, e Piazza del Popolo sui balconi dei loro principali edifici sono esposte le “Sentinelle” sculture in vetro resina dalle sembianze umane. Ai Confini dell’Anima nasce come evento culturale che nel tempo ha assunto i lineamenti dell’attrazione turistica, cittadini, turisti incuriositi da queste figure osservano, commentano, scattano fotografie…sarà un bene? sarà un male? Certo è che non bisogna svilire l’arte di Tommaselli e valutarla come mera attrazione per istantanee da realizzare durante le vacanze estive…Ai Confini dell’Anima è qualcosa di molto più profondo. Come tutte le istallazioni d’arte nasce con l’intento di scuotere gli animi, di destare curiosità, di animare domande sul perché dell’arte, sul come e cosa significa. I nostri occhi di abruzzesi hanno impressi nella memoria immagini di rocche abbandonate, antichi edifici, chiese millenarie e ricche quadrerie ottocentesche, ma non sono abituati allo scontro “frontale” con il Contemporaneo. Cosa hanno da dire gli artisti nel 2009? Tommaselli artista di Foglianise (Bn) è profondamente legato al retaggio della cultura sannita. Come lui stesso afferma: non bisogna fermarsi a considerare un popolo in base alle suddivisioni geografiche definite nel 1800, ma bisogna avere una visione più ampia, indagare nel passato e considerare noi tutti appartenenti ad un unico popolo Sannita. Tommaselli caratterizza il suo fare pittorico e scultoreo con elementi ancestrali che ritornano sempre nelle sue opere: le tre piume poste sul capo delle sue Sentinelle e palmi bucati. I corpi delle sue Sentinelle sono figure cosi semplici ma cosi intense, creature aliene che presiedono una città di umani, creano sullo spettatore effetto quasi apocalittico, come se aspettassero la venuta di un dio o di un nuovo mondo. I loro palmi sono bucati, i corpi nudi offerti agli occhi di chi osserva. Se l’opera d’arte ha come obiettivo quello di condurre il fruitore ad uno stato di immedesimazione, di coinvolgimento, che genera emozioni e inquietudini, nelle istallazioni si tende a favorire il rapporto empatico tra opera e osservatore. Il fruitore diventa il soggetto principale delle istallazioni. Le forme spesso riprodotte in serie, impattano in maniera forte contro l’immaginazione del singolo fruitore, che viene lasciato libero di interpretarle, individuandone i dati comunicativi attraverso il simbolismo dei colori e delle forme. Le Sentinelle di Tommaselli poste sui principali edifici del centro storico sono corpi monumentali che emergono dal cielo azzurro di una città di mare. Sono figure fuori dal tempo, ma con il Tempo espresso in ogni centimetro del loro corpo. Immerse nello spazio che le circonda hanno occhi chiusi, bocche serrate e braccia aperte lungo il corpo. Le Sentinelle creano stupore, destano curiosità e meraviglia. Sono lì queste lunghe figure di stampo giacomettiano, filiformi eppure monumentali, la loro solennità ricorda la forza della natura. Loro sono “Sentinelle di Pace”, ci guidano e ci osservano. Sono la nostra anima, le nostre emozioni cariche di energia, ma come l’acqua che scivola via non possono obbligarci a seguire il loro volere, perché le loro mani aperte svelano palmi bucati che non possono costringerci. La loro è forza che ci sostiene, ma non ci impone nulla. Perché? Perché Lei, la Sentinella di Pace, posta su antichi edifici che rievocano il trascorrere del tempo, non può imporre nulla se non se stessa…
A conclusione di questo evento che ha visto il coinvolgimento dell’intero centro storico vastese, l’associazione culturale Settantaduedellarte, che ha curato l’intera esposizione, intende realizzare un evento conclusivo che rende omaggio all’arte in tutte le sue espressioni. lunedì 17 agosto verrà, infatti, realizzato uno Strega party in collaborazione con la Alberti di Benevento, l’artista beneventano ci parlerà dell’influenza della cultura sannita nel suo stile, seguiranno letture del romanzo vincitore del Premio Strega che saranno accompagnate da gruppi musicali locali. Farà da sfondo la degustazione del noto liquore Strega e di dolci tipici.
Roberta Presenza


AI CONFINI DELL’ANIMA di Antonio Tommaselli
Vasto (Ch), centro storico 18 luglio - 20 agosto 2009
A cura di Roberta Presenza

sabato 8 agosto 2009

IL PUNCH TROIANO, STORIA DI UNA FAMIGLIA


Quando si pensa ai liquori tipici abruzzesi subito la mente corre alla Centerba di Tocco da Casuria, all’Aurum di Pescara, alla Ratafià, fino alla genziana e al nocino, ma ci sono beni che anche se fuori produzione costituiscono parte integrante della storia dei prodotti tipici abruzzesi; un esempio è il Punch Troiano di Villalfonsina (Ch).Villalfonsina è un borgo posizionato in collina, a pochi chilometri dalla costa, piccolo centro da sempre dedito all’agricoltura è un paese che oggi conta poco più di millecinquecento abitanti in gran parte anziani. Presenta interessanti elementi architettonici come la Chiesa Principale, la Madonna del Buon Consiglio e la Fontana ottocentesca, dalla particolare forma esagonale. Tuttavia la comprensione di un territorio non si conclude con la conoscenza dei suoi monumenti e delle sue tradizioni, ma passa anche attraverso la riscoperta di prodotti tipici che hanno segnato gli avvenimenti di un periodo, come il punch della famiglia Troiano. Il punch fuori produzione dal 1929 ha una sua affascinante storia che si perde nei ricordi delle persone di famiglia. Si racconta che il signor Epifanio Troiano, siamo nella seconda metà del 1800, lavorava come sarto e girava con il suo calesse nei paesi del chietino, durante i suoi viaggi lontano da casa apprese tecniche di realizzazione di una bevanda alcolica; una notte poi, gravemente malato, sognò fantasticando la realizzazione di un liquore; dopo la sua guarigione iniziò insieme ai figli la produzione di un punch a cui diede il nome della sua famiglia. Cominciò in questo modo la vicenda di una bevanda dalla ricetta segreta. La produzione del punch nel tempo da familiare divenne industriale, e nel 1910 a Buenos Aires venne registrato il marchio di produzione. Il Punch iniziò a partecipare a numerosi concorsi conseguendo moltissimi riconoscimenti, medaglie d’Oro e Croci al merito, e per le sue eccezionali peculiarità dichiarato Fuori Concorso all’Esposizione Internazionale di Parigi. Nel 1903 il Prof. Alfonso Magnarapa primario dell’ospedale degli Incurabili di Napoli cosi lo definiva: “Il Punch fatto dai signori Troiano Epifanio e Figli di Villalfonsina alla sua potente azione eccitante unisce un aroma che lo rende superiore a tutti gli altri: ed io nella polmonite lo adopero con molto vantaggio invece della comune cura alcolica, a cui è preferibile non solo per la qualità dell’alcol etilico, cioè di vino e non amilico, ma altresì pel suo gradevolissimo sapore. Preso poi in una tazza calda costituisce una bevanda assai gustosa…” Data l’importanza del prodotto la realizzazione delle etichette pubblicitarie venne affidata al giovane Basilio Cascella (1860-1950) di Pescara. Siamo in un periodo storico in cui si manifestava la necessità di riprodurre facilmente le immagini per fini commerciali, così gli artisti iniziarono ad applicare la tecnica cromolitografica anche alla realizzazione di etichette pubblicitarie. La cromolitografia è una tecnica che rende possibile la stampa di piccole immagini, a colori, a basso costo e in grandi tirature, senza però perderne in eleganza e bellezza. Osservando attentamente l’etichetta del Punch Troiano, a cui nel tempo sono state aggiunte le numerose medaglie al merito ottenute nei concorsi, si nota come rispecchi a pieno lo stile di Cascella. Chi conosce le splendide cartoline illustrate del pittore pescarese ritrova nell’etichetta del punch le medesime linee sinuose, le stesse forme procaci di donna e l’immancabile edera, elemento caratterizzante delle litografie di Cascella e tipiche dello stile Liberty. La Famiglia Troiano come testimoniano i racconti e le etichette non produceva solo il famoso Punch, ma anche un Rum. Per trattenere ben saldo il legame tra questi prodotti e la famiglia produttrice, è tradizione tramandare la ricetta solo ai discendenti maschi dei Troiano, tradizione che viene portata avanti fino ai giorni nostri, caratteristica questa che ne enfatizza e sottolinea la segretezza.
Le etichette pubblicitarie di Basilio Cascella
Nel 1895 Basilio Cascella fondò a Pescara insieme al pittore sulmonese Vincenzo Alicandri, lo "Stabilimento litografico B. Cascella e C.°"attualmente sede del Museo Civico. Qui diede il via a una intensa produzione grafica, dedicandosi alla stampa di materiale pubblicitario, numerose serie di cartoline illustrate e alla creazione e realizzazione della raffinata rivista d’arte e letteratura, L’Illustrazione Abruzzese. La tecnica di esecuzione di tutti questi prodotti di editoria d’arte era la cromolitografia, tecnica a stampa raffinata e complessa, evoluzione della stampa litografica. La Cromolitografia consiste nell’incidere una pietra calcarea, quindi molto porosa, con una matita litografica. Successivamente alla realizzazione disegno, direttamente sulla matrice, si stende il colore che va a riempire le zone da colorare, il colore non uscirà fuori dai margini fermato dal grasso del disegno. Vengono utilizzate pietre diverse per colori diversi con una torchiatura finale. La nascita della Cromolitografia (il cui brevetto ufficiale fu depositato a Parigi nel 1837 da Godefroy Engelmann 1778–1839) la si deve a Aloys Senefelder che dopo aver inventato la litografia nel 1796 a Monaco perfezionò e sviluppò nell’800 questa particolare tecnica che permetteva di ottenere diverse sfumature di tonalità e colori brillanti. Questa complessa tecnica a stampa adottata anche da Basilio Cascella permetteva di realizzare piccoli capolavori d’arte grafica. Le opere grafiche di Cascella testimoniano il gusto e la cultura di un’epoca nella quale il regionalismo, sempre presente nell’arte di Cascella si coniuga stilisticamente con le grandi correnti estetiche europee. L’evoluzione della tecnica cromolitografica ha portato negli anni del dopoguerra allo sviluppo della serigrafia, derivante dalla fotografia.

Le notizie relative a questo articolo sono state gentilmente concesse dal Sig. Tancredi Troiano (1/12/1942-15/8/2008).

martedì 18 novembre 2008

ANGOSCIA DEL PRESENTE O SPETTRO DEL PASSATO?

L’ottocento europeo ha conosciuto un orientamento rivoluzionario di fondo attorno al quale si è organizzato il pensiero filosofico, politico, letterario, la produzione artistica e l’azione degli intellettuali.
Dalla metà dell’800 il rapporto fra arte e società si arricchisce di elementi nuovi. Fin dai tempi di Delacroix, di Courbet, di Pellizza Da Volpedo il realismo con accentuazioni umanitarie, la solidarietà sociale, la denuncia, sono temi che entrano prepotentemente a far parte del mondo dell’arte.
Lungo il filo dell’evoluzione artistica dal Realismo si giunge all’arte sociale e politicamente impegnata passando attraverso l’amara ironia dell’Espressionismo tedesco e la forza del Futurismo. Nel corso dei secoli il tema rimane invariato, la denuncia, la rappresentazione degli oppressi, il disagio della gente al margine.
All’invarianza del tema e del contenuto corrisponde però un’infinita e molteplice varietà linguistica. Questo filone artistico “dell’arte sociale” si sviluppa fino ai giorni nostri.
Negli ultimi tempi si parla ampiamente del problema “immondizia”in Campania a volte si fa l’errore di pensare, o si tende a far pensare, che tale problema è nato ora, in questi giorni negli ultimi tempi, durante l’ultima campagna elettorale, ma andando oltre, scavando nelle notizie si “scopre?” che questo dramma non è nuovo, ma è lì, presente da anni, da troppi anni...talmente radicato da rendersi quasi ovvio, scontato, per chi lo vive tutti i giorni sulla propria pelle. Anche se i giornali, i media, ne parlano come di un evento del tutto sconosciuto e ora purtroppo, in parte strumentalizzato.
C’è da chiedersi e gli artisti?…cosa dicono? Gli artisti sensibili ai problemi della società, occhio che scruta trasversalmente tutte le vicende che ci circondano e ci sovrastano. Anticipando spesso le problematiche denunciando i mali dell’animo umano, gli artisti come attenti cronisti delle diverse anime nascoste della nostra società come vivono questi drammi?
C’è un artista che già dal 1973 attraverso un dipinto denunciava la presenza incombente, soffocante del problema immondizia, nella splendida città di Napoli. Napoli dai mille colori, la Napoli, dai mille volti e delle mille sorprese.
Napoli derisa, umiliata, la città che non finisci mai di scoprire, la città che già tante volte è stata schiacciata dai suoi stessi sistemi, ma che trae forza dai suoi medesimi drammi. L’artista è Armando De Stefano, il dipinto: Napoli bandiera gialla settembre 1973.
In questo periodo Napoli è colpita da una dilagante epidemia di colera. Mentre la città vive il questo dramma“la notizia rimbalza in un lampo sulle prime pagine dei giornali. La città sembra ripiombare di colpo in un'altra epoca e inizia la caccia al colpevole. Chi sono gli untori? Sul banco degli accusati salgono gli allevatori di cozze. Si dice siano loro a diffondere il morbo, la folla preme contro i cancelli, iniziano i disordini: montagne di rifiuti vengono incendiate a Bagnoli e a Capodichino, e inizia in molti quartieri una guerriglia urbana a cui la polizia risponde con i lacrimogeni”.
Mentre a Napoli si vive in questo clima di terrore Armando De Stefano è impegnato nella conclusione del ciclo pittorico dedicato a Masaniello e l’inizio del ciclo di Odette.
Entrambi i cicli pittorici legati alla tematica del riscatto sociale, della rivalsa in un’elaborazione pittorica in cui è evidente la predilezione e il recupero del valore simbolico di personaggi storici anticonformisti, indipendenti, vittime dei poteri, agnelli sacrificali della storia e degli errori umani. In questo clima turbinoso e concitato. L’artista realizza Napoli bandiera gialla. Un’allegoria dei mali di Napoli, dipinto simbolico, ma quanto mai attuale, emblema di una realtà nota agli occhi dell’artista. Eventi che tristemente si ripetono anche oggi nel 2008.
Una massa caotica, fluente e continua di oggetti di uso quotidiano sommergono un corpo seminudo ormai privo di vita. Un cumulo di detriti, immondizie, scarti della società, rottami bottiglie si dipanano ai piedi di un attonito Vesuvio che si staglia contro il cielo azzurro caratteristico del golfo di Napoli.
I colori sono forti accesi, i contorni netti e definiti, frammenti logorati della nostra storia si mischiano a oggetti di uso comune facendo mostra di se su di un corpo umano.
Il dipinto si propone come metafora dell’uomo schiacciato dai suoi stessi miti e dai suoi stessi “prodotti”. Gli oggetti quotidiani da “indispensabili” si trasformano in soffocanti presenze, impossibili da eliminare e ricacciare indietro.
Lo stesso De Stefano li definisce “simboli al contrario”il fusto del detersivo, i contenitori di plastica. Ma è anche la nostra storia che si ripropone, le coccarde giacobine, i fregi in pietra, i giornali che in questo contesto assumono il valore simbolico della rivolta e del riscatto sociale. Diventano pesanti e opprimenti elementi che attanagliano Napoli, l’Italia, e l’essere umano.
L’amara ironia è data dai colori di questi oggetti che rimangono intensi, luminosi nel tempo mentre l’essere umano con un colore cinereo di morte appassisce e inaridisce sotto una maglia di ferro.
La Pittura di De Stefano è realistico sociale, con una forte adesione ai principi del neorealismo che lo conducono verso una pittura vigorosa dal segno deciso e un cromatismo dai toni caldi. Dettami artistici e stilistici che ritroveranno rinnovato vigore negli anni ‘60 dopo un incontro con Francis Bacon e dopo un periodo più simbolico e una figurazione meno definita.
Il dipinto Napoli bandiera gialla 1973 è conservato presso la galleria d’arte contemporanea Mediterranea presso palazzo d’Avalos a Vasto (Ch), costituita da una serie di dipinti di otto pittori quattro italiani e quattro spagnoli, frutto della donazione dei coniugi Olivares Paglione.

Roberta Presenza

lunedì 8 settembre 2008

LA BEATA BEATRIX



Dante Gabriel Rossetti
Beata Beatrix
Olio su tela, 1864/1870

Considerato uno dei capolavori della pittura simbolista, l’opera appartiene ad un ciclo di dipinti ispirati alla Vita Nova e alla Comedia dantesca.
Il dipinto raffigura Elizabeth Siddall, moglie di Dante Gabriel, morta nel 1862 a causa di un’eccedente dose di laudano, ma allo stesso tempo è la rappresentazione simbolica del passaggio dalla vita terrena a quella spirituale di Beatrice Portinari, la donna amata da Dante Alighieri.
Per Dante Gabriel Rossetti che per tutta la vita rimase profondamente legato alla figura dell’Alighieri era necessario che la sua modella, compagna e poi moglie diventasse “Beatrice”, dando il suo volto ad ogni rappresentazione pittorica di quest’ultima. La Siddall fin da giovane ancor prima di diventare la moglie di Rossetti fu la modella prediletta dei Preraffaelliti, è suo il volto di Ophelia di Millais e di tutti i dipinti giovanili di Dante Gabriel.
La Beata Beatrix portata a compimento a due anni di distanza dalla dipartita dell’amata moglie, si propone come una meditazione sulla vita e la morte. Sintesi ultima tra Elizabeth Siddall e Beatrice Portinari, nonché estremo straziante omaggio di un uomo nei confronti della donna amata. Il dipinto si configura come una reminescenza fedele di Elizabeth, elevata a simbolo di un amore tormentato e sacrale, ma anche interpretata misticamente come una Beatrice fonte di copiose ispirazioni e oggetto di un amore infinito.
La figura di Elizabeth morente si materializza davanti agli occhi degli spettatori come un’apparizione controluce, protesa in un'estasi mortale. Il volto sollevato all’indietro è raffigurato in un ultimo momento di vita, le sue palpebre chiuse preannunciano l’imminente trapasso dal mondo terreno a quello Divino. Sulle mani abbandonate, già prive di vita, una colomba dalle piume scarlatte lascia cadere un papavero dai petali bianchi, evidente riferimento all’oppio con cui la Siddall trovò la morte.
La colomba dall’aureola d’oro, comunemente simbolo di amore e di pace, ma anche rappresentazione simbolica dello Spirito Santo, è qui raffigurata con enigmatiche piume rosse, metafora dell’amore e della passione. L’uccello assume in questo dipinto una doppia accezione: identifica lo Spirito Santo che arriva per condurre in cielo Beatrice ma è al contempo funesto messaggero di morte. Il fiore di papavero è simbolo del veleno e del turbamento interiore che spinse la donna al suicidio.
Il volto e le mani di Elizabeth, idealizzata attraverso una mistica Beatrice, rapiscono lo sguardo e solo in un secondo momento ci si accorge della presenza sullo sfondo del dipinto di due figure contrapposte: Dante e Amore. I loro sguardi desolati si uniscono mentre vegliano sul corpo morente di Elizabeth. Alle loro spalle un ponte illuminato, simbolo della città di Firenze, celebra e rammenda il legame esistente tra l’Italia che l’Inghilterra.
Tutto tace, l’intera città di Firenze rimane attonita e muta al cospetto della morte di Beatrice/Elizabeth. La meridiana segna le ore nove, numero anch’esso misticamente associato alla deificazione di Beatrice, al Paradiso, ai cori angelici, a tutto ciò che ruota intorno alla Perfezione del Creato.
Anche Elizabeth è elevata a simbolo di purezza, legame tra la vita e la morte, tra la passione e la disperazione, elementi che caratterizzarono l’intera esistenza di Dante Gabriel Rossetti.
La vita del Rossetti sarà segnata dalla tormentata storia d’amore con Elizabeth Siddal. La conosce nel 1849 e presto diventa la modella della maggior parte dei suoi quadri e disegni. Le opere giovanili di Dante Gabriel sono nutrite di citazioni e rimandi alla vita di Dante Alighieri e rendono omaggio alle sue opere letterarie. Fin da subito la giovane Lizzie è fatta trascendere nella figura di Beatrice.
Così, nei dipinti e negli scritti di Dante Gabriel, questa donna svolge un ruolo affine a quello di Beatrice Portinari nei riguardi di Dante Alighieri: guida spirituale attraverso la bellezza verso una dimensione trascendentale. Nel 1283 Dante trova l'Amore nel fragile sguardo di Beatrice, nel 1850 Rossetti lo incontra in quello di Elizabeth Siddal.
Per dieci lunghi anni Elizabeth aspetta silenziosamente di poter sposare il suo unico amore, che la chiede in moglie nel 1860, quando l’amore e lo stato di salute di Lizzie sono già compromessi da un’estenuante attesa e dalla continua incertezza che avevano già messo a dura prova i suoi fragili nervi.
Nel 1860 Elizabeth e Dante Gabriel si sposano.
Nel maggio del 1861 Elisabeth dà alla luce una figlia nata morta.
Questo tragico evento getta l’animo della donna, ulteriormente provato da un’inguaribile malattia, in uno stato di profonda frustrazione. Un’infima depressione la condurrà verso il tragico gesto che libererà la sua anima dal dolore della vita terrena per sempre. Dante Gabriel non si scosterà mai del tutto dal ricordo di Elizabeth, anche se altre donne entreranno nella sua vita. Dopo dieci anni dalla morte di Lizzie, in una sorta di emulazione espiatoria, decide di suicidarsi anch’egli con il laudano ma senza ottenere lo stesso letale risultato della moglie.


Roberta Presenza



La Beata Beatrix è attualmente in mostra a Vasto (Ch), presso Palazzo d'Avalos fino al 16 novembre 2008
la mostra rimarrà aperta dal martedi alla domenica nei seguenti orari
9.30/12.30
16.30/19.30