NON ESISTONO DISTANZE, MA SOLO POSTI DIVERSI IN CUI INCONTRARSI Emilio Averga
sabato 1 ottobre 2022
Percorsi nell'arte moderna a Vasto
Si è conclusa domenica 25 settembre la mostra percorsi nell’arte moderna Italiana,allestita e curata dalla galleria d’arte Sangallo, che ci presenta opere di grafica, multipli e pezzi unici scelti dal gallerista.
Una vera novità per la nostra città. Una novità che riaccende la speranza in me storica dell’arte e nei miei colleghi collezionisti. Non posso che fare i complimenti per la passione ed il coraggio di creare una galleria d’arte moderna in una città di provincia, silente dal punto di vista culturale, poco incline alle manifestazioni e alle occasioni di approfondimento nel mondo della storia dell’arte.
Ammirare opere di Accardi, Burri, Pistoletto, Paladino fino a De Chirico e Rotella a Vasto è un vero piacere. Osservare da vicino artisti che, come afferma l’autore della presentazione dell’esposizione “hanno aggiunto ai libri di storia dell’arte dei capitoli fondamentali come quelli dell’arte povera della transavanguardia” è un vero diletto.
Avvicinare l’arte del 900 al grande pubblico è sempre una lodevole iniziativa, perché da quando il figurativo lascia il posto a manifestazioni artistiche non di immediata comprensione, poco inclini ad essere interpretate, spiegate e fatte proprie, il pubblico si è allontanato, sopratutto quello con un occhio non educato e spirito poco sensibile. Ma storicamente è proprio quando l’arte non è più solo figurativa che diventa più democratica.
Come afferma Walter Benjamin già nel 1936, nel saggio “l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” l’opera d’arte privata della sua aura, diventa accessibile al grande pubblico. Fondamentale è il ruolo delle gallerie che ci ricordano come il mercato dell’arte sia diventato più democratico grazie alla riproducibilità delle opere, le tecniche di grafica e i multipli d’autore, stampe realizzate in tiratura limitata.
L ‘arte può entrare così nelle case di molti, dei sensibili, degli appassionati, di chi ama circondarsi del bello.
Un seme nel vuoto che ci circonda e per la mia città che sia di buon auspicio per il futuro, che possa crescere e diventare sensibile anche sotto questo punto di vista.
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ARTE- RECENSIONI,
Pillole di storia dell'arte
giovedì 31 maggio 2018
l'Impressionismo, la rivoluzione dell'attimo fuggente
l’Impressionismo è il movimento della modernità e si può legittimamente considerare come il più famoso e amato dal grande pubblico.
Il termine Impressionismo indica nella storia dell’arte il movimento pittorico apparso in Francia a partire dagli anni 1860-1865 come reazione ad un certo tipo di pittura accademica di segno ora neoclassico, ora romantico ora realista. Le opere di questo movimento evocano l’impressione luminosa e fuggitiva di un paesaggio urbano e rurale. Gli Impressionisti osservano ciò che l’universo mostra e ne rendono testimonianza attraverso la pratica pittorica.
La prima mostra ebbe luogo nel 1874 a Parigi nella studio del fotografo Nadar, in tale occasione passata poi alla storia, il giornalista e critico L. Leroy ironizzò di fronte al quadro di Claude Monet Impression, soleil levant, del 1872, definendo “scuola degli impressionisti” Monet stesso e altri pittori presenti alla esposizione, come Camille Pisarro, August Renoire, Alfred Sisley e Edgar Degas.
La derisione con cui il critico usava il temine impressionista incitò questi artisti non ad abbandonare questo nuovo stile pittorico, non a farsi influenzare negativamente dalle critiche ma a fare propria tale definizione. Orgogliosamente e caparbiamente ripresero il questo termine utilizzandolo anche come titolo per la loro rivista d’arte l’Impressionisme, journal d’art.
Ma cosa facevano effettivamente questi giovani artisti? Nel costatare che un paesaggio si modifica in funzione delle condizioni climatiche volevano fissare sulla loro tela attraverso l’uso di colori prevalentemente chiari, una sensazione istantanea e vibrante. Il sole filtrato dalle foglie, i giochi dei riflessi nell’acqua o le volute del fumo dei treni, diventano protagonisti e sono resi sulla tela attraverso l’impego sistematico di pennellate sovrapposte. Esaltare l’intensità della luce nel colore con lo scopo di dipingere la fugacità dell’instante.
Questa modernità di pensiero e di resa pittorica trasformò in maniera alquanto radicale il concetto stesso di pittura legandolo a quello di durata temporale e di soggettività.
L’Impressionismo e la sua rivoluzione dell’attimo fuggente è il più alto esempio di cosa si può ottenere dipingendo en plen air….
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Pillole di storia dell'arte
venerdì 18 maggio 2018
Dipingere all'aria aperta
Pillole di storia dell’arte
Chi sono i Barbisonniers?
Intorno all’anno 1824 durante i mesi estivi, nella foresta di Fontainebleau, vicino al villaggio di Barbizon a circa cinquanta chilometri da Parigi, colonie di artisti, si riunivano per dipingere lontani dalle sollecitazioni e dalla frenesia della vita cittadina immersi nella natura e nei suoi effetti luministici. Attenti alla rappresentazione della realtà contadina e ai fugaci giochi della luce e dell’atmosfera questi artisti avevano l'intento di accorciare la tradizionale distanza fra il bozzetto eseguito all’esterno e il quadro ultimato tra le mura dell’atelier. La figura centrale di questo gruppo chiamato “Scuola di Barbizon” era Theodore Rousseau (1812- 1867), il quale dopo aver visto rifiutati i suoi dipinti dalla giuria del Salone Parigino, decise di stabilirsi nel villaggio di Barbizon concentrandosi sulla rappresentazione del paesaggio e della foresta. La natura incontaminata, ricca di macchie di colore improvvisamente illuminate dalla luce del sole era lo sfondo ideale per la rappresentazione della vita dei campi e delle emozioni che esse suscitava nel pittore. Molti artisti si avvicinarono alle idee di Rousseau e decisero di intraprendere questo innovativo percorso tra cui Millet, Corot, Daubugny. Ognuno di essi contribuì ad una nuova visione della realtà, fatta di effetti cromatici luminosi, istantanei, fuggitivi, legati alla mutazione del tempo e delle stagioni. A Charles Francois Doubigny guardarono poi gli Impressionisti attratti dalla sua pennellata leggera, meno densa e materica, rispetto a quella di suoi colleghi, ne portarono avanti gli studi, riuscendo a fissare sulla tela la fugacità dell’istante arrivando quasi all’astrazione delle forme che si dissolvono nelle infinite variazioni cromatiche rese dalla luce…ma questa è un'altra storia…
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Pillole di sotria dell'arte
martedì 7 gennaio 2014
La riscoperta della mia regione...
Vi racconto oggi una breve gita nell'Abruzzo montano.
Partenza da Vasto, dal B&B Il Fratino e la Cicala, destinazione Villa Santa Maria: la città dei cuochi!
Con circa 40 minuti di viaggio e percorrendo la fondo valle Sangro si arriva a Pietraferrazzana piccolo borgo montano che prende il nome dalla imponente roccia che sovrasta l’intero abitato.
A ridosso della “pietra” vi sono gli edifici del borgo antico, che pian piano scopriamo camminando in un dedalo di stradine, portici e vicoli stretti...un labirinto suggestivo, silenzioso e rilassante. Con un pò di buona volontà è possibile anche salire sull'imponente pietra per ammirare lo splendido paesaggio sottostante dove il Lago di bomba,bacino artificiale creato sul fiume Sangro, si distende dolcemente regalando uno spettacolo inaspettato.
Riscendendo dalla roccia e proseguendo il nostro cammino giungiamo a Villa Santa Maria, patria di San Francesco Caracciolo di cui è possibile ammirare una statua a lui dedicata, posta nei pressi della casa natia. Uscendo dall'abitato troviamo la chiesa della Madonna in Basilica edificio costruito su impianto romanico con successivi restauri realizzati in epoche e stili diversi.Purtroppo non è stato possibile visitare il suo interno dove tra le altre opere è presente un dipinto raffigurante San Francesco Caracciolo e diverse tele dedicate alla Madonna a cui nel mese di agosto dal 9 all'11 qui viene dedicata una grande festa. La città di Villa Santa Maria deve la sua notorietà per essere la importante scuola di cuochi…che aimè non è stato possibile visitare…per il nostro pranzo l'istinto ci ha guidati verso l’agriturismo "La Casetta"…immerso nel verde, dove tra mobili antichi e al calore della stufa abbiamo gustato prodotti tipici abruzzesi...sulla via del ritorno non potevamo non fare una breve sosta presso di lago di Bomba. Una distesa di acqua immobile,silenziosa, la nebbia che sale dal fondo, gli alberi spogli che spuntano dall'acqua ci regalano una immagine suggestiva e romantica perfetta per concludere la nostra gita...Un itinerario semplice che consiglio a chi desidera trascorrere una giornata nel silenzio della montagna, con l'aria che rinfresca il viso e le mani; L'Abruzzo è per tutti coloro che desiderano incontrare tra piccole strade e viste mozzafiato uomini che si tolgono il cappello per salutare una signora...tradizioni di altri tempi che qui in Abruzzo non sono state dimenticate :)
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"viaggi nella provincia di Chieti"
lunedì 29 luglio 2013
IL PALIZZI RITROVATO
venerdì 26 aprile 2013
IL CASTELLO DI PALMOLI
Da oggi ho deciso di parlare un pò delle bellezze architettoniche e paesaggistiche della mia regione....da circa un anno gestisco un bed and breakfast, mi sono accorta che molte delle persone che si trovano a passare in Abruzzo, non conoscono questa regione e spesso mi chiedono "ma cosa c'è da vedere?" questo mi ha portato a riflettere sul fatto che al di fuori dei confini regionali poco si conosce dell'Abruzzo...certo vi sono delle città balzate agli onori della cronaca, vedi L'Aquila, ormai dimenticata e Pescara...almeno in questi ultimi giorni ci siamo tolti un pò di polvere di dosso con le celebrazioni per i 150 anni dalla nascita di Gabriele D'Annunzio....ma poi???cosa c'è in Abruzzo...bè vi assicuro che c'è tanto altro...
A parte la mia Vasto, a cui dedicherò maggiori info più avanti vorrei parlare di Palmoli e del suo castello,
forse perché nei miei giri domenicali ci sono capitata recentemente...
PALMOLI soleggiato paese delle provincia di Chieti ha il suo fulcro nel castello marchesale edificato in epoca medioevale. Ubicato nel lato nord, in zona "Le Coste", il castello il cui primo impianto è stato realizzato probabilmente intorno al XIV secolo, ha una una torre dodecagonale cinquecentesca.
Recentemente restaurato ospita il "Museo della Civiltà Contadina" dove è possiible ammirare alcuni oggetti e utensili di uso comune fino a circa 50 anni fa. Suppellettili, attrezzi per il lavoro nei campi, nelle cucine, tegami, vasi, e oggetti più disparati provenianti dalle case del paese e del corcondario, costituiscono questo interessante museo che vuole evocare un perido della nostra storie e ricordare quali furono le usanze domenstiche degli abruzzesi. L'ambiente è reso ancora più interessante da foto e documenti che arrichiscono ulteriremtne il percorso museale.


giovedì 21 febbraio 2013
MUZII, LEGNI E SEGNI, l'anima, la poesia, il gesto
A distanza di un anno, o poco più, eccomi nuovamente a parlarvi di Giuseppe Muzii.
Questa volta l'artista, nonchè amico, espone una selezione delle sue opere presso il Museo delle Genti d'Abruzzo a Pescara.
Sarà possibile ammirare i suoi lavori fino al 24 febbraio quindi affrettatevi !!!!
Per maggiori info sulla sua arte e sul suo 'poetare con i legni' vi rimando al post precedente!!!!
ciao!!!!
P.S.
ORARI APERTURA MOSTRA
lun- ven 9-13
sab- dom 16-19
INGRESSO LIBERO
www.gentidabruzzo.it






lunedì 28 novembre 2011
GIUSEPPE MUZII, personale di pittura presso il Ristorante la Taverna - Vasto (Ch)

Con l’esposizione “Poesia sui legni” è possibile ammirare a Vasto, fino al 30 novembre 2011, una selezione di opere dell’artista vastese Giuseppe Muzii. Attraverso un percorso di temi e soggetti riconducibili a un animo sensibile e profondo si entra con discrezione, quasi in punta di piedi, nel mondo di questo artista, poeta, filosofo e pittore. Addentrarsi nel mondo di Giuseppe è come farsi trasportare dalle onde del mare, abbracciare dalla sua profondità, cullare dalla sua poesia, travolgere da paure desideri e sogni. Con le sue opere rende tangibile e concreta un’oggettività che altrimenti resterebbe sfuggente e inafferrabile.“Vestire la forma di un’idea sensibile” scrive Moreas nel 1886, quando compone il manifesto del Simbolismo letterario, queste parole echeggiano nella mente quando si ammirano, in silenzio, le opere di Giuseppe. Le sue non sono semplici immagini dipinte ma vere poesie pittoriche, che esprimono tutto il vacillare dell’Uomo davanti all’incertezza dell’esistenza, alla mutevolezza dell’orizzonte mai raggiunto. Muzii codifica con pochi elementi il senso dell’esistenza e il nostro andare verso ciò che non si conosce. Come lui sovente ripete ‘siamo tutti barche in mezzo al mare’. La barca, elemento pittorico che spesso ricorre nelle sue tele rappresenta la salvezza e la chiesa, simbolo della salvezza delle nostre anime. Affascinato dalla pittura rupestre e dai primi simboli cristiani, Muzii si esprime in questa fase del suo percorso artistico con soggetti, simili ma mai uguali, sempre mutevoli agli occhi di chi sa guardare. Chi conosce le spiagge di Vasto può facilmente riconoscere nelle opere di Giuseppe i legni che il nostro mare abbandona sulle rive, lui raccoglie questi detriti e ne crea immagini simboliche, frutto di una ricerca intuitiva di contenuti nascosti nelle forme. L’artista riconosce le immagini che lo affascinano con gli occhi della mente, poi assembla con cura i materiali e dipinge gli oggetti, come conseguenza naturale dell’operazione mentale già avvenuta. L’arte, la poesia, sono dentro di lui, non deve fare altro che rendersene interprete per il suo e il nostro stupore. Le sue opere sono accompagnate da pensieri e parole scritte che non decifrano, ma completano l’opera d’arte. Perché da vero simbolista rincorre il principio delle corrispondenze e il raggiungimento dell’armonia tra le arti, la ‘Gesamtkunstwerk’ di Wagner. Per questo artista spesso le opere non sono complete, ma si prestano a infinite rielaborazioni, tanto meno hanno un titolo ben definito. ‘Nominare un oggetto è sopprimere tre quarti del godimento della poesia che è costituita dalla felicità di indovinare poco a poco: suggerire, ecco il sogno ’, scrive Mallarmè. Pensieri ed emozioni vengono quindi suggeriti dalla rappresentazione artistica, attraverso l’essenzialità di pochi ma significativi elementi pittorici e materici. Distante dall’irriverenza di tanti artisti contemporanei, celebrati dalla critica e dal mercato dell’arte, Muzii un artista sensibile e acuto ci regala un mondo visionario e poetico. Attraverso immagini in apparenza facilmente decodificabili, ma sovente imprevedibili e criptiche, un uomo a cui piace emozionarsi e far emozionare, ci fa dono di opere di pura semplicità e poesia.
Scheda tecnica
Giuseppe Muzii:’Poesia sui legni’ c/o Ristorante la Taverna, Vasto Via Sondrio n. 3
Per conoscere più a fondo l’arte e di Giuseppe Muzii e di Giulietta Spadaccini, pittrice e abile ceramista è possibile visitare la bottega ‘Percorsi D’Arte’ – Vasto- Corso Garibaldi n.75 e consultare il sito internet: http://www.percorsidarte.it/
venerdì 29 aprile 2011
FILANDRO LATTANZIO, il colore e l'atmosfera
FILANDRO LATTANZIO, il colore e l’atmosfera, mostra omaggio all’artista vastese nel 25°anniversario della sua scomparsa
di Roberta Presenza
Si è svolta sabato 23 aprile nelle sale della pinacoteca di palazzo d’Avalos l’inaugurazione dell’esposizione ‘Filandro Lattanzio, il colore e l’atmosfera’, allestita presso le nuove sale espositive di Palazzo d’Avalos, inaugurate con questa mostra. L’esposizione propone 46 opere provenienti dalla collezione civica e dalle collezioni private, della figlia Viviane Dutaut e della cugina Ada Lattanzio. Una piccola ma significativa porzione della vastissima produzione pittorica dell’artista, che fornisce indicazioni circa gli approdi tematici e stilistici di Lattanzio. Attraverso questa esposizione, omaggio ad una intera esistenza dedicata all’arte, si aggiunge un altro tassello al puzzle artistico di Filandro che negli anni si sta ricostruendo attraverso la realizzazione di saggi di approfondimento sull’artista ricerche e testi critici che mettono a fuoco identità e spessore di un artista dalla personalità complessa. Filandro Lattanzio è stato un autodidatta, che da solo si è confrontato con i grandi temi della pittura, passando attraverso molteplici stili ed esiti pittorici. Cresciuto nel ricordo della pittura paesaggista palizziana, i suoi primi dipinti conservano il rigore dell’accademismo, ma nell’impostazione delle prime opere si intravedono già le interessanti evoluzioni che seguiranno di lì a poco. Si trasferisce a Roma verso il 1930, dove i contatti con gli artisti di via Margutta gli consentono di avviare il suo percorso di crescita come artista e come uomo. Mafai, Guttuso e Fazzini - giovani insofferenti dell’ufficialità e desiderosi di una maggiore libertà espressiva - furono gli artisti che per primi acquistarono le sue opere e lo introdussero nel circuito delle mostre della Capitale. Successivamente Filandro si spostò a Firenze dove poté ammirare e fare suo il rigore e la forma dei Classici. Durante gli anni della guerra conosce la prigionia, matura dolorosamente come uomo. Da questa vicenda drammatica la sua tavolozza ne esce arricchita e rafforzata. Sul finire degli anni ’40 Lattanzio prosegue il suo cammino e si trasferisce in Francia, a Chambery dove sposa Helene Castex. In Francia, dove rimase per circa venti anni, ha la possibilità di affinare la sua tecnica, anche grazie al confronto con movimenti artistici che hanno rivoluzionato la storia dell’arte come il Cubismo ed i Fauves. In questo lungo periodo acquista quella serenità interiore che gli permette di rinnovarsi ulteriormente. La tavolozza si arricchisce di colori squillanti ed energici, le forme diventano pure, geometriche, anche se la sua arte rimane sempre nel solco grande della tradizione. Gli ultimi venti anni della sua vita Lattanzio li trascorse nella sua città, a Vasto, che in fondo non aveva mai abbandonato del tutto, come dimostra la sua partecipazione e numerose esposizioni locali e al Premio Carlo della Penna dove partecipa per ben sette volte. Ritrova i suoi compagni di gioventù, partecipa attivamente alla vita culturale locale, apre uno studio galleria nel centro storico della città. Realizza numerosi paesaggi, ritratti, vedute di Vasto, della marina, delle campagne. Nel suo percorso artistico Filandro realizza anche numerose ed intense opere di soggetto religioso in cui compaiono scene tratte dalla Bibbia, come Susanna e i Vecchioni, l’Annunciazione, diverse Pietà e deposizioni. Tre importanti opere, di soggetto sacro e non presenti in mostra, possono essere ammirate in tre chiese di Vasto (Sant’Anna, San Marco e Madonna Addolorata in località Pagliarelli). Da questo lungo viaggio artistico di Lattanzio ne consegue una pittura solida, ancorata alla forma e alla forza plastica di Cézanne. Filandro non arriva mai alla dissoluzione della forma rimane sempre legato ad essa, e fedele ai canoni dell’arte classica. Quando arriva ad avvicinarsi alla pittura Impressionista predilige quella di Manet, in cui la forma e la linea restano vive e ferme pur aprendosi verso la luce del giorno. La sua intera attività si svolse quindi nel segno di una soluzione di continuità con la tradizione, coniugando in un codice personale recuperi iconografici e stilistici provenienti da correnti e movimenti diversi, antichi e moderni, senza mai cadere nella mera rivisitazione storica e senza far confluire interamente la sua opera all’interno di una determinata tendenza. Nell’opera di Lattanzio la linea non sovrastò mai il colore semmai l’assecondò dandogli forma ed energia. In questo senso vanno lette le apparenti diversità che si possono riscontrare anche in opere cronologicamente molto vicine tra loro. Le opere in mostra disposte secondo un andamento tematico prende avvio con i ritratti, affiancati dalle opere religiose, prosegue poi con le nature morte e i paesaggi, concludendosi con il tema dei nudi. Soggetti che Lattanzio, durante il suo percorso artistico, ha affrontato con diverse soluzioni estetiche e stilistiche. Inoltre la mostra è arricchita dall’esposizione di documenti critici sull’artista e da appunti autografi inediti. Per l’occasione è stato realizzato un catalogo con commento critico e racconti di vita dell’artista della figlia Viviane e della cugina Ada.
SCHEDA TECNICA
Mostra realizzata dall’Assessorato alla Cultura comune di Vasto, in collaborazione con l’Associazione culturale Settantaduedellarte e l’Associazione culturale Opificio AlterArs
FILANDRO LATTANZIO, il colore e l’atmosfera
Donazione Castex e prestiti Dutaut - Lattanzio
Pinacoteca di Palazzo d’Avalos
A cura di Roberta Presenza e Michele Montanaro
23 aprile- 31 agosto 2011
Orario e giorni di apertura: vedere orari musei Civici di Palazzo d'Avalos
Informazioni tel. 0873 367773
di Roberta Presenza
Si è svolta sabato 23 aprile nelle sale della pinacoteca di palazzo d’Avalos l’inaugurazione dell’esposizione ‘Filandro Lattanzio, il colore e l’atmosfera’, allestita presso le nuove sale espositive di Palazzo d’Avalos, inaugurate con questa mostra. L’esposizione propone 46 opere provenienti dalla collezione civica e dalle collezioni private, della figlia Viviane Dutaut e della cugina Ada Lattanzio. Una piccola ma significativa porzione della vastissima produzione pittorica dell’artista, che fornisce indicazioni circa gli approdi tematici e stilistici di Lattanzio. Attraverso questa esposizione, omaggio ad una intera esistenza dedicata all’arte, si aggiunge un altro tassello al puzzle artistico di Filandro che negli anni si sta ricostruendo attraverso la realizzazione di saggi di approfondimento sull’artista ricerche e testi critici che mettono a fuoco identità e spessore di un artista dalla personalità complessa. Filandro Lattanzio è stato un autodidatta, che da solo si è confrontato con i grandi temi della pittura, passando attraverso molteplici stili ed esiti pittorici. Cresciuto nel ricordo della pittura paesaggista palizziana, i suoi primi dipinti conservano il rigore dell’accademismo, ma nell’impostazione delle prime opere si intravedono già le interessanti evoluzioni che seguiranno di lì a poco. Si trasferisce a Roma verso il 1930, dove i contatti con gli artisti di via Margutta gli consentono di avviare il suo percorso di crescita come artista e come uomo. Mafai, Guttuso e Fazzini - giovani insofferenti dell’ufficialità e desiderosi di una maggiore libertà espressiva - furono gli artisti che per primi acquistarono le sue opere e lo introdussero nel circuito delle mostre della Capitale. Successivamente Filandro si spostò a Firenze dove poté ammirare e fare suo il rigore e la forma dei Classici. Durante gli anni della guerra conosce la prigionia, matura dolorosamente come uomo. Da questa vicenda drammatica la sua tavolozza ne esce arricchita e rafforzata. Sul finire degli anni ’40 Lattanzio prosegue il suo cammino e si trasferisce in Francia, a Chambery dove sposa Helene Castex. In Francia, dove rimase per circa venti anni, ha la possibilità di affinare la sua tecnica, anche grazie al confronto con movimenti artistici che hanno rivoluzionato la storia dell’arte come il Cubismo ed i Fauves. In questo lungo periodo acquista quella serenità interiore che gli permette di rinnovarsi ulteriormente. La tavolozza si arricchisce di colori squillanti ed energici, le forme diventano pure, geometriche, anche se la sua arte rimane sempre nel solco grande della tradizione. Gli ultimi venti anni della sua vita Lattanzio li trascorse nella sua città, a Vasto, che in fondo non aveva mai abbandonato del tutto, come dimostra la sua partecipazione e numerose esposizioni locali e al Premio Carlo della Penna dove partecipa per ben sette volte. Ritrova i suoi compagni di gioventù, partecipa attivamente alla vita culturale locale, apre uno studio galleria nel centro storico della città. Realizza numerosi paesaggi, ritratti, vedute di Vasto, della marina, delle campagne. Nel suo percorso artistico Filandro realizza anche numerose ed intense opere di soggetto religioso in cui compaiono scene tratte dalla Bibbia, come Susanna e i Vecchioni, l’Annunciazione, diverse Pietà e deposizioni. Tre importanti opere, di soggetto sacro e non presenti in mostra, possono essere ammirate in tre chiese di Vasto (Sant’Anna, San Marco e Madonna Addolorata in località Pagliarelli). Da questo lungo viaggio artistico di Lattanzio ne consegue una pittura solida, ancorata alla forma e alla forza plastica di Cézanne. Filandro non arriva mai alla dissoluzione della forma rimane sempre legato ad essa, e fedele ai canoni dell’arte classica. Quando arriva ad avvicinarsi alla pittura Impressionista predilige quella di Manet, in cui la forma e la linea restano vive e ferme pur aprendosi verso la luce del giorno. La sua intera attività si svolse quindi nel segno di una soluzione di continuità con la tradizione, coniugando in un codice personale recuperi iconografici e stilistici provenienti da correnti e movimenti diversi, antichi e moderni, senza mai cadere nella mera rivisitazione storica e senza far confluire interamente la sua opera all’interno di una determinata tendenza. Nell’opera di Lattanzio la linea non sovrastò mai il colore semmai l’assecondò dandogli forma ed energia. In questo senso vanno lette le apparenti diversità che si possono riscontrare anche in opere cronologicamente molto vicine tra loro. Le opere in mostra disposte secondo un andamento tematico prende avvio con i ritratti, affiancati dalle opere religiose, prosegue poi con le nature morte e i paesaggi, concludendosi con il tema dei nudi. Soggetti che Lattanzio, durante il suo percorso artistico, ha affrontato con diverse soluzioni estetiche e stilistiche. Inoltre la mostra è arricchita dall’esposizione di documenti critici sull’artista e da appunti autografi inediti. Per l’occasione è stato realizzato un catalogo con commento critico e racconti di vita dell’artista della figlia Viviane e della cugina Ada.
SCHEDA TECNICA
Mostra realizzata dall’Assessorato alla Cultura comune di Vasto, in collaborazione con l’Associazione culturale Settantaduedellarte e l’Associazione culturale Opificio AlterArs
FILANDRO LATTANZIO, il colore e l’atmosfera
Donazione Castex e prestiti Dutaut - Lattanzio
Pinacoteca di Palazzo d’Avalos
A cura di Roberta Presenza e Michele Montanaro
23 aprile- 31 agosto 2011
Orario e giorni di apertura: vedere orari musei Civici di Palazzo d'Avalos
Informazioni tel. 0873 367773
lunedì 15 febbraio 2010
AI CONFINI DELL'ANIMA esposizione di ANTONIO TOMMASELLI
Ai Confini dell’Anima esposizione di Antonio Tommaselli
L’esposizione Ai Confini dell’Anima ha in se il sapore dello stupore…nell’estate del 2009 le piazze del centro storico di Vasto si sono popolate di inquietanti, sorprendenti e a volte curiose figure che hanno provocato grande interesse in queste calde estive. Ai Confini dell’Anima è un percorso espositivo che si sviluppa nel centro di Vasto coinvolgendo illustri palazzi storici. Costituita dall’istallazione di sculture ed esposizione di opere pittoriche la mostra prende avvio negli ex edifici scolastici di Corso Nuova Italia, dove sono esposti acquerelli e acrilici dell’artista beneventano Antonio Tommaselli. L’esposizione prosegue lungo le strade del centro storico, ma cambia registro. Lungo Corso De Parma, Piazza Lucio Valerio Pudente, e Piazza del Popolo sui balconi dei loro principali edifici sono esposte le “Sentinelle” sculture in vetro resina dalle sembianze umane. Ai Confini dell’Anima nasce come evento culturale che nel tempo ha assunto i lineamenti dell’attrazione turistica, cittadini, turisti incuriositi da queste figure osservano, commentano, scattano fotografie…sarà un bene? sarà un male? Certo è che non bisogna svilire l’arte di Tommaselli e valutarla come mera attrazione per istantanee da realizzare durante le vacanze estive…Ai Confini dell’Anima è qualcosa di molto più profondo. Come tutte le istallazioni d’arte nasce con l’intento di scuotere gli animi, di destare curiosità, di animare domande sul perché dell’arte, sul come e cosa significa. I nostri occhi di abruzzesi hanno impressi nella memoria immagini di rocche abbandonate, antichi edifici, chiese millenarie e ricche quadrerie ottocentesche, ma non sono abituati allo scontro “frontale” con il Contemporaneo. Cosa hanno da dire gli artisti nel 2009? Tommaselli artista di Foglianise (Bn) è profondamente legato al retaggio della cultura sannita. Come lui stesso afferma: non bisogna fermarsi a considerare un popolo in base alle suddivisioni geografiche definite nel 1800, ma bisogna avere una visione più ampia, indagare nel passato e considerare noi tutti appartenenti ad un unico popolo Sannita. Tommaselli caratterizza il suo fare pittorico e scultoreo con elementi ancestrali che ritornano sempre nelle sue opere: le tre piume poste sul capo delle sue Sentinelle e palmi bucati. I corpi delle sue Sentinelle sono figure cosi semplici ma cosi intense, creature aliene che presiedono una città di umani, creano sullo spettatore effetto quasi apocalittico, come se aspettassero la venuta di un dio o di un nuovo mondo. I loro palmi sono bucati, i corpi nudi offerti agli occhi di chi osserva. Se l’opera d’arte ha come obiettivo quello di condurre il fruitore ad uno stato di immedesimazione, di coinvolgimento, che genera emozioni e inquietudini, nelle istallazioni si tende a favorire il rapporto empatico tra opera e osservatore. Il fruitore diventa il soggetto principale delle istallazioni. Le forme spesso riprodotte in serie, impattano in maniera forte contro l’immaginazione del singolo fruitore, che viene lasciato libero di interpretarle, individuandone i dati comunicativi attraverso il simbolismo dei colori e delle forme. Le Sentinelle di Tommaselli poste sui principali edifici del centro storico sono corpi monumentali che emergono dal cielo azzurro di una città di mare. Sono figure fuori dal tempo, ma con il Tempo espresso in ogni centimetro del loro corpo. Immerse nello spazio che le circonda hanno occhi chiusi, bocche serrate e braccia aperte lungo il corpo. Le Sentinelle creano stupore, destano curiosità e meraviglia. Sono lì queste lunghe figure di stampo giacomettiano, filiformi eppure monumentali, la loro solennità ricorda la forza della natura. Loro sono “Sentinelle di Pace”, ci guidano e ci osservano. Sono la nostra anima, le nostre emozioni cariche di energia, ma come l’acqua che scivola via non possono obbligarci a seguire il loro volere, perché le loro mani aperte svelano palmi bucati che non possono costringerci. La loro è forza che ci sostiene, ma non ci impone nulla. Perché? Perché Lei, la Sentinella di Pace, posta su antichi edifici che rievocano il trascorrere del tempo, non può imporre nulla se non se stessa…
A conclusione di questo evento che ha visto il coinvolgimento dell’intero centro storico vastese, l’associazione culturale Settantaduedellarte, che ha curato l’intera esposizione, intende realizzare un evento conclusivo che rende omaggio all’arte in tutte le sue espressioni. lunedì 17 agosto verrà, infatti, realizzato uno Strega party in collaborazione con la Alberti di Benevento, l’artista beneventano ci parlerà dell’influenza della cultura sannita nel suo stile, seguiranno letture del romanzo vincitore del Premio Strega che saranno accompagnate da gruppi musicali locali. Farà da sfondo la degustazione del noto liquore Strega e di dolci tipici.
Roberta Presenza
AI CONFINI DELL’ANIMA di Antonio Tommaselli
Vasto (Ch), centro storico 18 luglio - 20 agosto 2009
A cura di Roberta Presenza
L’esposizione Ai Confini dell’Anima ha in se il sapore dello stupore…nell’estate del 2009 le piazze del centro storico di Vasto si sono popolate di inquietanti, sorprendenti e a volte curiose figure che hanno provocato grande interesse in queste calde estive. Ai Confini dell’Anima è un percorso espositivo che si sviluppa nel centro di Vasto coinvolgendo illustri palazzi storici. Costituita dall’istallazione di sculture ed esposizione di opere pittoriche la mostra prende avvio negli ex edifici scolastici di Corso Nuova Italia, dove sono esposti acquerelli e acrilici dell’artista beneventano Antonio Tommaselli. L’esposizione prosegue lungo le strade del centro storico, ma cambia registro. Lungo Corso De Parma, Piazza Lucio Valerio Pudente, e Piazza del Popolo sui balconi dei loro principali edifici sono esposte le “Sentinelle” sculture in vetro resina dalle sembianze umane. Ai Confini dell’Anima nasce come evento culturale che nel tempo ha assunto i lineamenti dell’attrazione turistica, cittadini, turisti incuriositi da queste figure osservano, commentano, scattano fotografie…sarà un bene? sarà un male? Certo è che non bisogna svilire l’arte di Tommaselli e valutarla come mera attrazione per istantanee da realizzare durante le vacanze estive…Ai Confini dell’Anima è qualcosa di molto più profondo. Come tutte le istallazioni d’arte nasce con l’intento di scuotere gli animi, di destare curiosità, di animare domande sul perché dell’arte, sul come e cosa significa. I nostri occhi di abruzzesi hanno impressi nella memoria immagini di rocche abbandonate, antichi edifici, chiese millenarie e ricche quadrerie ottocentesche, ma non sono abituati allo scontro “frontale” con il Contemporaneo. Cosa hanno da dire gli artisti nel 2009? Tommaselli artista di Foglianise (Bn) è profondamente legato al retaggio della cultura sannita. Come lui stesso afferma: non bisogna fermarsi a considerare un popolo in base alle suddivisioni geografiche definite nel 1800, ma bisogna avere una visione più ampia, indagare nel passato e considerare noi tutti appartenenti ad un unico popolo Sannita. Tommaselli caratterizza il suo fare pittorico e scultoreo con elementi ancestrali che ritornano sempre nelle sue opere: le tre piume poste sul capo delle sue Sentinelle e palmi bucati. I corpi delle sue Sentinelle sono figure cosi semplici ma cosi intense, creature aliene che presiedono una città di umani, creano sullo spettatore effetto quasi apocalittico, come se aspettassero la venuta di un dio o di un nuovo mondo. I loro palmi sono bucati, i corpi nudi offerti agli occhi di chi osserva. Se l’opera d’arte ha come obiettivo quello di condurre il fruitore ad uno stato di immedesimazione, di coinvolgimento, che genera emozioni e inquietudini, nelle istallazioni si tende a favorire il rapporto empatico tra opera e osservatore. Il fruitore diventa il soggetto principale delle istallazioni. Le forme spesso riprodotte in serie, impattano in maniera forte contro l’immaginazione del singolo fruitore, che viene lasciato libero di interpretarle, individuandone i dati comunicativi attraverso il simbolismo dei colori e delle forme. Le Sentinelle di Tommaselli poste sui principali edifici del centro storico sono corpi monumentali che emergono dal cielo azzurro di una città di mare. Sono figure fuori dal tempo, ma con il Tempo espresso in ogni centimetro del loro corpo. Immerse nello spazio che le circonda hanno occhi chiusi, bocche serrate e braccia aperte lungo il corpo. Le Sentinelle creano stupore, destano curiosità e meraviglia. Sono lì queste lunghe figure di stampo giacomettiano, filiformi eppure monumentali, la loro solennità ricorda la forza della natura. Loro sono “Sentinelle di Pace”, ci guidano e ci osservano. Sono la nostra anima, le nostre emozioni cariche di energia, ma come l’acqua che scivola via non possono obbligarci a seguire il loro volere, perché le loro mani aperte svelano palmi bucati che non possono costringerci. La loro è forza che ci sostiene, ma non ci impone nulla. Perché? Perché Lei, la Sentinella di Pace, posta su antichi edifici che rievocano il trascorrere del tempo, non può imporre nulla se non se stessa…
A conclusione di questo evento che ha visto il coinvolgimento dell’intero centro storico vastese, l’associazione culturale Settantaduedellarte, che ha curato l’intera esposizione, intende realizzare un evento conclusivo che rende omaggio all’arte in tutte le sue espressioni. lunedì 17 agosto verrà, infatti, realizzato uno Strega party in collaborazione con la Alberti di Benevento, l’artista beneventano ci parlerà dell’influenza della cultura sannita nel suo stile, seguiranno letture del romanzo vincitore del Premio Strega che saranno accompagnate da gruppi musicali locali. Farà da sfondo la degustazione del noto liquore Strega e di dolci tipici.
Roberta Presenza
AI CONFINI DELL’ANIMA di Antonio Tommaselli
Vasto (Ch), centro storico 18 luglio - 20 agosto 2009
A cura di Roberta Presenza
sabato 8 agosto 2009
IL PUNCH TROIANO, STORIA DI UNA FAMIGLIA

Quando si pensa ai liquori tipici abruzzesi subito la mente corre alla Centerba di Tocco da Casuria, all’Aurum di Pescara, alla Ratafià, fino alla genziana e al nocino, ma ci sono beni che anche se fuori produzione costituiscono parte integrante della storia dei prodotti tipici abruzzesi; un esempio è il Punch Troiano di Villalfonsina (Ch).Villalfonsina è un borgo posizionato in collina, a pochi chilometri dalla costa, piccolo centro da sempre dedito all’agricoltura è un paese che oggi conta poco più di millecinquecento abitanti in gran parte anziani. Presenta interessanti elementi architettonici come la Chiesa Principale, la Madonna del Buon Consiglio e la Fontana ottocentesca, dalla particolare forma esagonale. Tuttavia la comprensione di un territorio non si conclude con la conoscenza dei suoi monumenti e delle sue tradizioni, ma passa anche attraverso la riscoperta di prodotti tipici che hanno segnato gli avvenimenti di un periodo, come il punch della famiglia Troiano. Il punch fuori produzione dal 1929 ha una sua affascinante storia che si perde nei ricordi delle persone di famiglia. Si racconta che il signor Epifanio Troiano, siamo nella seconda metà del 1800, lavorava come sarto e girava con il suo calesse nei paesi del chietino, durante i suoi viaggi lontano da casa apprese tecniche di realizzazione di una bevanda alcolica; una notte poi, gravemente malato, sognò fantasticando la realizzazione di un liquore; dopo la sua guarigione iniziò insieme ai figli la produzione di un punch a cui diede il nome della sua famiglia. Cominciò in questo modo la vicenda di una bevanda dalla ricetta segreta. La produzione del punch nel tempo da familiare divenne industriale, e nel 1910 a Buenos Aires venne registrato il marchio di produzione. Il Punch iniziò a partecipare a numerosi concorsi conseguendo moltissimi riconoscimenti, medaglie d’Oro e Croci al merito, e per le sue eccezionali peculiarità dichiarato Fuori Concorso all’Esposizione Internazionale di Parigi. Nel 1903 il Prof. Alfonso Magnarapa primario dell’ospedale degli Incurabili di Napoli cosi lo definiva: “Il Punch fatto dai signori Troiano Epifanio e Figli di Villalfonsina alla sua potente azione eccitante unisce un aroma che lo rende superiore a tutti gli altri: ed io nella polmonite lo adopero con molto vantaggio invece della comune cura alcolica, a cui è preferibile non solo per la qualità dell’alcol etilico, cioè di vino e non amilico, ma altresì pel suo gradevolissimo sapore. Preso poi in una tazza calda costituisce una bevanda assai gustosa…” Data l’importanza del prodotto la realizzazione delle etichette pubblicitarie venne affidata al giovane Basilio Cascella (1860-1950) di Pescara. Siamo in un periodo storico in cui si manifestava la necessità di riprodurre facilmente le immagini per fini commerciali, così gli artisti iniziarono ad applicare la tecnica cromolitografica anche alla realizzazione di etichette pubblicitarie. La cromolitografia è una tecnica che rende possibile la stampa di piccole immagini, a colori, a basso costo e in grandi tirature, senza però perderne in eleganza e bellezza. Osservando attentamente l’etichetta del Punch Troiano, a cui nel tempo sono state aggiunte le numerose medaglie al merito ottenute nei concorsi, si nota come rispecchi a pieno lo stile di Cascella. Chi conosce le splendide cartoline illustrate del pittore pescarese ritrova nell’etichetta del punch le medesime linee sinuose, le stesse forme procaci di donna e l’immancabile edera, elemento caratterizzante delle litografie di Cascella e tipiche dello stile Liberty. La Famiglia Troiano come testimoniano i racconti e le etichette non produceva solo il famoso Punch, ma anche un Rum. Per trattenere ben saldo il legame tra questi prodotti e la famiglia produttrice, è tradizione tramandare la ricetta solo ai discendenti maschi dei Troiano, tradizione che viene portata avanti fino ai giorni nostri, caratteristica questa che ne enfatizza e sottolinea la segretezza.
Le etichette pubblicitarie di Basilio Cascella
Nel 1895 Basilio Cascella fondò a Pescara insieme al pittore sulmonese Vincenzo Alicandri, lo "Stabilimento litografico B. Cascella e C.°"attualmente sede del Museo Civico. Qui diede il via a una intensa produzione grafica, dedicandosi alla stampa di materiale pubblicitario, numerose serie di cartoline illustrate e alla creazione e realizzazione della raffinata rivista d’arte e letteratura, L’Illustrazione Abruzzese. La tecnica di esecuzione di tutti questi prodotti di editoria d’arte era la cromolitografia, tecnica a stampa raffinata e complessa, evoluzione della stampa litografica. La Cromolitografia consiste nell’incidere una pietra calcarea, quindi molto porosa, con una matita litografica. Successivamente alla realizzazione disegno, direttamente sulla matrice, si stende il colore che va a riempire le zone da colorare, il colore non uscirà fuori dai margini fermato dal grasso del disegno. Vengono utilizzate pietre diverse per colori diversi con una torchiatura finale. La nascita della Cromolitografia (il cui brevetto ufficiale fu depositato a Parigi nel 1837 da Godefroy Engelmann 1778–1839) la si deve a Aloys Senefelder che dopo aver inventato la litografia nel 1796 a Monaco perfezionò e sviluppò nell’800 questa particolare tecnica che permetteva di ottenere diverse sfumature di tonalità e colori brillanti. Questa complessa tecnica a stampa adottata anche da Basilio Cascella permetteva di realizzare piccoli capolavori d’arte grafica. Le opere grafiche di Cascella testimoniano il gusto e la cultura di un’epoca nella quale il regionalismo, sempre presente nell’arte di Cascella si coniuga stilisticamente con le grandi correnti estetiche europee. L’evoluzione della tecnica cromolitografica ha portato negli anni del dopoguerra allo sviluppo della serigrafia, derivante dalla fotografia.
Le notizie relative a questo articolo sono state gentilmente concesse dal Sig. Tancredi Troiano (1/12/1942-15/8/2008).
Le etichette pubblicitarie di Basilio Cascella
Nel 1895 Basilio Cascella fondò a Pescara insieme al pittore sulmonese Vincenzo Alicandri, lo "Stabilimento litografico B. Cascella e C.°"attualmente sede del Museo Civico. Qui diede il via a una intensa produzione grafica, dedicandosi alla stampa di materiale pubblicitario, numerose serie di cartoline illustrate e alla creazione e realizzazione della raffinata rivista d’arte e letteratura, L’Illustrazione Abruzzese. La tecnica di esecuzione di tutti questi prodotti di editoria d’arte era la cromolitografia, tecnica a stampa raffinata e complessa, evoluzione della stampa litografica. La Cromolitografia consiste nell’incidere una pietra calcarea, quindi molto porosa, con una matita litografica. Successivamente alla realizzazione disegno, direttamente sulla matrice, si stende il colore che va a riempire le zone da colorare, il colore non uscirà fuori dai margini fermato dal grasso del disegno. Vengono utilizzate pietre diverse per colori diversi con una torchiatura finale. La nascita della Cromolitografia (il cui brevetto ufficiale fu depositato a Parigi nel 1837 da Godefroy Engelmann 1778–1839) la si deve a Aloys Senefelder che dopo aver inventato la litografia nel 1796 a Monaco perfezionò e sviluppò nell’800 questa particolare tecnica che permetteva di ottenere diverse sfumature di tonalità e colori brillanti. Questa complessa tecnica a stampa adottata anche da Basilio Cascella permetteva di realizzare piccoli capolavori d’arte grafica. Le opere grafiche di Cascella testimoniano il gusto e la cultura di un’epoca nella quale il regionalismo, sempre presente nell’arte di Cascella si coniuga stilisticamente con le grandi correnti estetiche europee. L’evoluzione della tecnica cromolitografica ha portato negli anni del dopoguerra allo sviluppo della serigrafia, derivante dalla fotografia.
Le notizie relative a questo articolo sono state gentilmente concesse dal Sig. Tancredi Troiano (1/12/1942-15/8/2008).
martedì 18 novembre 2008
ANGOSCIA DEL PRESENTE O SPETTRO DEL PASSATO?
L’ottocento europeo ha conosciuto un orientamento rivoluzionario di fondo attorno al quale si è organizzato il pensiero filosofico, politico, letterario, la produzione artistica e l’azione degli intellettuali.
Dalla metà dell’800 il rapporto fra arte e società si arricchisce di elementi nuovi. Fin dai tempi di Delacroix, di Courbet, di Pellizza Da Volpedo il realismo con accentuazioni umanitarie, la solidarietà sociale, la denuncia, sono temi che entrano prepotentemente a far parte del mondo dell’arte.
Lungo il filo dell’evoluzione artistica dal Realismo si giunge all’arte sociale e politicamente impegnata passando attraverso l’amara ironia dell’Espressionismo tedesco e la forza del Futurismo. Nel corso dei secoli il tema rimane invariato, la denuncia, la rappresentazione degli oppressi, il disagio della gente al margine.
All’invarianza del tema e del contenuto corrisponde però un’infinita e molteplice varietà linguistica. Questo filone artistico “dell’arte sociale” si sviluppa fino ai giorni nostri.
Negli ultimi tempi si parla ampiamente del problema “immondizia”in Campania a volte si fa l’errore di pensare, o si tende a far pensare, che tale problema è nato ora, in questi giorni negli ultimi tempi, durante l’ultima campagna elettorale, ma andando oltre, scavando nelle notizie si “scopre?” che questo dramma non è nuovo, ma è lì, presente da anni, da troppi anni...talmente radicato da rendersi quasi ovvio, scontato, per chi lo vive tutti i giorni sulla propria pelle. Anche se i giornali, i media, ne parlano come di un evento del tutto sconosciuto e ora purtroppo, in parte strumentalizzato.
C’è da chiedersi e gli artisti?…cosa dicono? Gli artisti sensibili ai problemi della società, occhio che scruta trasversalmente tutte le vicende che ci circondano e ci sovrastano. Anticipando spesso le problematiche denunciando i mali dell’animo umano, gli artisti come attenti cronisti delle diverse anime nascoste della nostra società come vivono questi drammi?
C’è un artista che già dal 1973 attraverso un dipinto denunciava la presenza incombente, soffocante del problema immondizia, nella splendida città di Napoli. Napoli dai mille colori, la Napoli, dai mille volti e delle mille sorprese.
Napoli derisa, umiliata, la città che non finisci mai di scoprire, la città che già tante volte è stata schiacciata dai suoi stessi sistemi, ma che trae forza dai suoi medesimi drammi. L’artista è Armando De Stefano, il dipinto: Napoli bandiera gialla settembre 1973.
In questo periodo Napoli è colpita da una dilagante epidemia di colera. Mentre la città vive il questo dramma“la notizia rimbalza in un lampo sulle prime pagine dei giornali. La città sembra ripiombare di colpo in un'altra epoca e inizia la caccia al colpevole. Chi sono gli untori? Sul banco degli accusati salgono gli allevatori di cozze. Si dice siano loro a diffondere il morbo, la folla preme contro i cancelli, iniziano i disordini: montagne di rifiuti vengono incendiate a Bagnoli e a Capodichino, e inizia in molti quartieri una guerriglia urbana a cui la polizia risponde con i lacrimogeni”.
Mentre a Napoli si vive in questo clima di terrore Armando De Stefano è impegnato nella conclusione del ciclo pittorico dedicato a Masaniello e l’inizio del ciclo di Odette.
Entrambi i cicli pittorici legati alla tematica del riscatto sociale, della rivalsa in un’elaborazione pittorica in cui è evidente la predilezione e il recupero del valore simbolico di personaggi storici anticonformisti, indipendenti, vittime dei poteri, agnelli sacrificali della storia e degli errori umani. In questo clima turbinoso e concitato. L’artista realizza Napoli bandiera gialla. Un’allegoria dei mali di Napoli, dipinto simbolico, ma quanto mai attuale, emblema di una realtà nota agli occhi dell’artista. Eventi che tristemente si ripetono anche oggi nel 2008.
Una massa caotica, fluente e continua di oggetti di uso quotidiano sommergono un corpo seminudo ormai privo di vita. Un cumulo di detriti, immondizie, scarti della società, rottami bottiglie si dipanano ai piedi di un attonito Vesuvio che si staglia contro il cielo azzurro caratteristico del golfo di Napoli.
I colori sono forti accesi, i contorni netti e definiti, frammenti logorati della nostra storia si mischiano a oggetti di uso comune facendo mostra di se su di un corpo umano.
Il dipinto si propone come metafora dell’uomo schiacciato dai suoi stessi miti e dai suoi stessi “prodotti”. Gli oggetti quotidiani da “indispensabili” si trasformano in soffocanti presenze, impossibili da eliminare e ricacciare indietro.
Lo stesso De Stefano li definisce “simboli al contrario”il fusto del detersivo, i contenitori di plastica. Ma è anche la nostra storia che si ripropone, le coccarde giacobine, i fregi in pietra, i giornali che in questo contesto assumono il valore simbolico della rivolta e del riscatto sociale. Diventano pesanti e opprimenti elementi che attanagliano Napoli, l’Italia, e l’essere umano.
L’amara ironia è data dai colori di questi oggetti che rimangono intensi, luminosi nel tempo mentre l’essere umano con un colore cinereo di morte appassisce e inaridisce sotto una maglia di ferro.
La Pittura di De Stefano è realistico sociale, con una forte adesione ai principi del neorealismo che lo conducono verso una pittura vigorosa dal segno deciso e un cromatismo dai toni caldi. Dettami artistici e stilistici che ritroveranno rinnovato vigore negli anni ‘60 dopo un incontro con Francis Bacon e dopo un periodo più simbolico e una figurazione meno definita.
Il dipinto Napoli bandiera gialla 1973 è conservato presso la galleria d’arte contemporanea Mediterranea presso palazzo d’Avalos a Vasto (Ch), costituita da una serie di dipinti di otto pittori quattro italiani e quattro spagnoli, frutto della donazione dei coniugi Olivares Paglione.
Roberta Presenza
Dalla metà dell’800 il rapporto fra arte e società si arricchisce di elementi nuovi. Fin dai tempi di Delacroix, di Courbet, di Pellizza Da Volpedo il realismo con accentuazioni umanitarie, la solidarietà sociale, la denuncia, sono temi che entrano prepotentemente a far parte del mondo dell’arte.
Lungo il filo dell’evoluzione artistica dal Realismo si giunge all’arte sociale e politicamente impegnata passando attraverso l’amara ironia dell’Espressionismo tedesco e la forza del Futurismo. Nel corso dei secoli il tema rimane invariato, la denuncia, la rappresentazione degli oppressi, il disagio della gente al margine.
All’invarianza del tema e del contenuto corrisponde però un’infinita e molteplice varietà linguistica. Questo filone artistico “dell’arte sociale” si sviluppa fino ai giorni nostri.
Negli ultimi tempi si parla ampiamente del problema “immondizia”in Campania a volte si fa l’errore di pensare, o si tende a far pensare, che tale problema è nato ora, in questi giorni negli ultimi tempi, durante l’ultima campagna elettorale, ma andando oltre, scavando nelle notizie si “scopre?” che questo dramma non è nuovo, ma è lì, presente da anni, da troppi anni...talmente radicato da rendersi quasi ovvio, scontato, per chi lo vive tutti i giorni sulla propria pelle. Anche se i giornali, i media, ne parlano come di un evento del tutto sconosciuto e ora purtroppo, in parte strumentalizzato.
C’è da chiedersi e gli artisti?…cosa dicono? Gli artisti sensibili ai problemi della società, occhio che scruta trasversalmente tutte le vicende che ci circondano e ci sovrastano. Anticipando spesso le problematiche denunciando i mali dell’animo umano, gli artisti come attenti cronisti delle diverse anime nascoste della nostra società come vivono questi drammi?
C’è un artista che già dal 1973 attraverso un dipinto denunciava la presenza incombente, soffocante del problema immondizia, nella splendida città di Napoli. Napoli dai mille colori, la Napoli, dai mille volti e delle mille sorprese.
Napoli derisa, umiliata, la città che non finisci mai di scoprire, la città che già tante volte è stata schiacciata dai suoi stessi sistemi, ma che trae forza dai suoi medesimi drammi. L’artista è Armando De Stefano, il dipinto: Napoli bandiera gialla settembre 1973.
In questo periodo Napoli è colpita da una dilagante epidemia di colera. Mentre la città vive il questo dramma“la notizia rimbalza in un lampo sulle prime pagine dei giornali. La città sembra ripiombare di colpo in un'altra epoca e inizia la caccia al colpevole. Chi sono gli untori? Sul banco degli accusati salgono gli allevatori di cozze. Si dice siano loro a diffondere il morbo, la folla preme contro i cancelli, iniziano i disordini: montagne di rifiuti vengono incendiate a Bagnoli e a Capodichino, e inizia in molti quartieri una guerriglia urbana a cui la polizia risponde con i lacrimogeni”.
Mentre a Napoli si vive in questo clima di terrore Armando De Stefano è impegnato nella conclusione del ciclo pittorico dedicato a Masaniello e l’inizio del ciclo di Odette.
Entrambi i cicli pittorici legati alla tematica del riscatto sociale, della rivalsa in un’elaborazione pittorica in cui è evidente la predilezione e il recupero del valore simbolico di personaggi storici anticonformisti, indipendenti, vittime dei poteri, agnelli sacrificali della storia e degli errori umani. In questo clima turbinoso e concitato. L’artista realizza Napoli bandiera gialla. Un’allegoria dei mali di Napoli, dipinto simbolico, ma quanto mai attuale, emblema di una realtà nota agli occhi dell’artista. Eventi che tristemente si ripetono anche oggi nel 2008.
Una massa caotica, fluente e continua di oggetti di uso quotidiano sommergono un corpo seminudo ormai privo di vita. Un cumulo di detriti, immondizie, scarti della società, rottami bottiglie si dipanano ai piedi di un attonito Vesuvio che si staglia contro il cielo azzurro caratteristico del golfo di Napoli.
I colori sono forti accesi, i contorni netti e definiti, frammenti logorati della nostra storia si mischiano a oggetti di uso comune facendo mostra di se su di un corpo umano.
Il dipinto si propone come metafora dell’uomo schiacciato dai suoi stessi miti e dai suoi stessi “prodotti”. Gli oggetti quotidiani da “indispensabili” si trasformano in soffocanti presenze, impossibili da eliminare e ricacciare indietro.
Lo stesso De Stefano li definisce “simboli al contrario”il fusto del detersivo, i contenitori di plastica. Ma è anche la nostra storia che si ripropone, le coccarde giacobine, i fregi in pietra, i giornali che in questo contesto assumono il valore simbolico della rivolta e del riscatto sociale. Diventano pesanti e opprimenti elementi che attanagliano Napoli, l’Italia, e l’essere umano.
L’amara ironia è data dai colori di questi oggetti che rimangono intensi, luminosi nel tempo mentre l’essere umano con un colore cinereo di morte appassisce e inaridisce sotto una maglia di ferro.
La Pittura di De Stefano è realistico sociale, con una forte adesione ai principi del neorealismo che lo conducono verso una pittura vigorosa dal segno deciso e un cromatismo dai toni caldi. Dettami artistici e stilistici che ritroveranno rinnovato vigore negli anni ‘60 dopo un incontro con Francis Bacon e dopo un periodo più simbolico e una figurazione meno definita.
Il dipinto Napoli bandiera gialla 1973 è conservato presso la galleria d’arte contemporanea Mediterranea presso palazzo d’Avalos a Vasto (Ch), costituita da una serie di dipinti di otto pittori quattro italiani e quattro spagnoli, frutto della donazione dei coniugi Olivares Paglione.
Roberta Presenza
lunedì 8 settembre 2008
LA BEATA BEATRIX

Dante Gabriel Rossetti
Beata Beatrix
Olio su tela, 1864/1870
Considerato uno dei capolavori della pittura simbolista, l’opera appartiene ad un ciclo di dipinti ispirati alla Vita Nova e alla Comedia dantesca.
Il dipinto raffigura Elizabeth Siddall, moglie di Dante Gabriel, morta nel 1862 a causa di un’eccedente dose di laudano, ma allo stesso tempo è la rappresentazione simbolica del passaggio dalla vita terrena a quella spirituale di Beatrice Portinari, la donna amata da Dante Alighieri.
Per Dante Gabriel Rossetti che per tutta la vita rimase profondamente legato alla figura dell’Alighieri era necessario che la sua modella, compagna e poi moglie diventasse “Beatrice”, dando il suo volto ad ogni rappresentazione pittorica di quest’ultima. La Siddall fin da giovane ancor prima di diventare la moglie di Rossetti fu la modella prediletta dei Preraffaelliti, è suo il volto di Ophelia di Millais e di tutti i dipinti giovanili di Dante Gabriel.
La Beata Beatrix portata a compimento a due anni di distanza dalla dipartita dell’amata moglie, si propone come una meditazione sulla vita e la morte. Sintesi ultima tra Elizabeth Siddall e Beatrice Portinari, nonché estremo straziante omaggio di un uomo nei confronti della donna amata. Il dipinto si configura come una reminescenza fedele di Elizabeth, elevata a simbolo di un amore tormentato e sacrale, ma anche interpretata misticamente come una Beatrice fonte di copiose ispirazioni e oggetto di un amore infinito.
La figura di Elizabeth morente si materializza davanti agli occhi degli spettatori come un’apparizione controluce, protesa in un'estasi mortale. Il volto sollevato all’indietro è raffigurato in un ultimo momento di vita, le sue palpebre chiuse preannunciano l’imminente trapasso dal mondo terreno a quello Divino. Sulle mani abbandonate, già prive di vita, una colomba dalle piume scarlatte lascia cadere un papavero dai petali bianchi, evidente riferimento all’oppio con cui la Siddall trovò la morte.
La colomba dall’aureola d’oro, comunemente simbolo di amore e di pace, ma anche rappresentazione simbolica dello Spirito Santo, è qui raffigurata con enigmatiche piume rosse, metafora dell’amore e della passione. L’uccello assume in questo dipinto una doppia accezione: identifica lo Spirito Santo che arriva per condurre in cielo Beatrice ma è al contempo funesto messaggero di morte. Il fiore di papavero è simbolo del veleno e del turbamento interiore che spinse la donna al suicidio.
Il volto e le mani di Elizabeth, idealizzata attraverso una mistica Beatrice, rapiscono lo sguardo e solo in un secondo momento ci si accorge della presenza sullo sfondo del dipinto di due figure contrapposte: Dante e Amore. I loro sguardi desolati si uniscono mentre vegliano sul corpo morente di Elizabeth. Alle loro spalle un ponte illuminato, simbolo della città di Firenze, celebra e rammenda il legame esistente tra l’Italia che l’Inghilterra.
Tutto tace, l’intera città di Firenze rimane attonita e muta al cospetto della morte di Beatrice/Elizabeth. La meridiana segna le ore nove, numero anch’esso misticamente associato alla deificazione di Beatrice, al Paradiso, ai cori angelici, a tutto ciò che ruota intorno alla Perfezione del Creato.
Anche Elizabeth è elevata a simbolo di purezza, legame tra la vita e la morte, tra la passione e la disperazione, elementi che caratterizzarono l’intera esistenza di Dante Gabriel Rossetti.
La vita del Rossetti sarà segnata dalla tormentata storia d’amore con Elizabeth Siddal. La conosce nel 1849 e presto diventa la modella della maggior parte dei suoi quadri e disegni. Le opere giovanili di Dante Gabriel sono nutrite di citazioni e rimandi alla vita di Dante Alighieri e rendono omaggio alle sue opere letterarie. Fin da subito la giovane Lizzie è fatta trascendere nella figura di Beatrice.
Così, nei dipinti e negli scritti di Dante Gabriel, questa donna svolge un ruolo affine a quello di Beatrice Portinari nei riguardi di Dante Alighieri: guida spirituale attraverso la bellezza verso una dimensione trascendentale. Nel 1283 Dante trova l'Amore nel fragile sguardo di Beatrice, nel 1850 Rossetti lo incontra in quello di Elizabeth Siddal.
Per dieci lunghi anni Elizabeth aspetta silenziosamente di poter sposare il suo unico amore, che la chiede in moglie nel 1860, quando l’amore e lo stato di salute di Lizzie sono già compromessi da un’estenuante attesa e dalla continua incertezza che avevano già messo a dura prova i suoi fragili nervi.
Nel 1860 Elizabeth e Dante Gabriel si sposano.
Nel maggio del 1861 Elisabeth dà alla luce una figlia nata morta.
Questo tragico evento getta l’animo della donna, ulteriormente provato da un’inguaribile malattia, in uno stato di profonda frustrazione. Un’infima depressione la condurrà verso il tragico gesto che libererà la sua anima dal dolore della vita terrena per sempre. Dante Gabriel non si scosterà mai del tutto dal ricordo di Elizabeth, anche se altre donne entreranno nella sua vita. Dopo dieci anni dalla morte di Lizzie, in una sorta di emulazione espiatoria, decide di suicidarsi anch’egli con il laudano ma senza ottenere lo stesso letale risultato della moglie.
Beata Beatrix
Olio su tela, 1864/1870
Considerato uno dei capolavori della pittura simbolista, l’opera appartiene ad un ciclo di dipinti ispirati alla Vita Nova e alla Comedia dantesca.
Il dipinto raffigura Elizabeth Siddall, moglie di Dante Gabriel, morta nel 1862 a causa di un’eccedente dose di laudano, ma allo stesso tempo è la rappresentazione simbolica del passaggio dalla vita terrena a quella spirituale di Beatrice Portinari, la donna amata da Dante Alighieri.
Per Dante Gabriel Rossetti che per tutta la vita rimase profondamente legato alla figura dell’Alighieri era necessario che la sua modella, compagna e poi moglie diventasse “Beatrice”, dando il suo volto ad ogni rappresentazione pittorica di quest’ultima. La Siddall fin da giovane ancor prima di diventare la moglie di Rossetti fu la modella prediletta dei Preraffaelliti, è suo il volto di Ophelia di Millais e di tutti i dipinti giovanili di Dante Gabriel.
La Beata Beatrix portata a compimento a due anni di distanza dalla dipartita dell’amata moglie, si propone come una meditazione sulla vita e la morte. Sintesi ultima tra Elizabeth Siddall e Beatrice Portinari, nonché estremo straziante omaggio di un uomo nei confronti della donna amata. Il dipinto si configura come una reminescenza fedele di Elizabeth, elevata a simbolo di un amore tormentato e sacrale, ma anche interpretata misticamente come una Beatrice fonte di copiose ispirazioni e oggetto di un amore infinito.
La figura di Elizabeth morente si materializza davanti agli occhi degli spettatori come un’apparizione controluce, protesa in un'estasi mortale. Il volto sollevato all’indietro è raffigurato in un ultimo momento di vita, le sue palpebre chiuse preannunciano l’imminente trapasso dal mondo terreno a quello Divino. Sulle mani abbandonate, già prive di vita, una colomba dalle piume scarlatte lascia cadere un papavero dai petali bianchi, evidente riferimento all’oppio con cui la Siddall trovò la morte.
La colomba dall’aureola d’oro, comunemente simbolo di amore e di pace, ma anche rappresentazione simbolica dello Spirito Santo, è qui raffigurata con enigmatiche piume rosse, metafora dell’amore e della passione. L’uccello assume in questo dipinto una doppia accezione: identifica lo Spirito Santo che arriva per condurre in cielo Beatrice ma è al contempo funesto messaggero di morte. Il fiore di papavero è simbolo del veleno e del turbamento interiore che spinse la donna al suicidio.
Il volto e le mani di Elizabeth, idealizzata attraverso una mistica Beatrice, rapiscono lo sguardo e solo in un secondo momento ci si accorge della presenza sullo sfondo del dipinto di due figure contrapposte: Dante e Amore. I loro sguardi desolati si uniscono mentre vegliano sul corpo morente di Elizabeth. Alle loro spalle un ponte illuminato, simbolo della città di Firenze, celebra e rammenda il legame esistente tra l’Italia che l’Inghilterra.
Tutto tace, l’intera città di Firenze rimane attonita e muta al cospetto della morte di Beatrice/Elizabeth. La meridiana segna le ore nove, numero anch’esso misticamente associato alla deificazione di Beatrice, al Paradiso, ai cori angelici, a tutto ciò che ruota intorno alla Perfezione del Creato.
Anche Elizabeth è elevata a simbolo di purezza, legame tra la vita e la morte, tra la passione e la disperazione, elementi che caratterizzarono l’intera esistenza di Dante Gabriel Rossetti.
La vita del Rossetti sarà segnata dalla tormentata storia d’amore con Elizabeth Siddal. La conosce nel 1849 e presto diventa la modella della maggior parte dei suoi quadri e disegni. Le opere giovanili di Dante Gabriel sono nutrite di citazioni e rimandi alla vita di Dante Alighieri e rendono omaggio alle sue opere letterarie. Fin da subito la giovane Lizzie è fatta trascendere nella figura di Beatrice.
Così, nei dipinti e negli scritti di Dante Gabriel, questa donna svolge un ruolo affine a quello di Beatrice Portinari nei riguardi di Dante Alighieri: guida spirituale attraverso la bellezza verso una dimensione trascendentale. Nel 1283 Dante trova l'Amore nel fragile sguardo di Beatrice, nel 1850 Rossetti lo incontra in quello di Elizabeth Siddal.
Per dieci lunghi anni Elizabeth aspetta silenziosamente di poter sposare il suo unico amore, che la chiede in moglie nel 1860, quando l’amore e lo stato di salute di Lizzie sono già compromessi da un’estenuante attesa e dalla continua incertezza che avevano già messo a dura prova i suoi fragili nervi.
Nel 1860 Elizabeth e Dante Gabriel si sposano.
Nel maggio del 1861 Elisabeth dà alla luce una figlia nata morta.
Questo tragico evento getta l’animo della donna, ulteriormente provato da un’inguaribile malattia, in uno stato di profonda frustrazione. Un’infima depressione la condurrà verso il tragico gesto che libererà la sua anima dal dolore della vita terrena per sempre. Dante Gabriel non si scosterà mai del tutto dal ricordo di Elizabeth, anche se altre donne entreranno nella sua vita. Dopo dieci anni dalla morte di Lizzie, in una sorta di emulazione espiatoria, decide di suicidarsi anch’egli con il laudano ma senza ottenere lo stesso letale risultato della moglie.
Roberta Presenza
La Beata Beatrix è attualmente in mostra a Vasto (Ch), presso Palazzo d'Avalos fino al 16 novembre 2008
la mostra rimarrà aperta dal martedi alla domenica nei seguenti orari
9.30/12.30
16.30/19.30
mercoledì 4 giugno 2008
IL TOSON D'ORO
Storia di un ordine cavalleresco
L'Ordine del Toson d'Oro è uno degli ordini cavallereschi più antichi ed illustri, istituito a Bruges da Filippo il Buono duca di Borgogna, il 10 gennaio 1430, in occasione del suo matrimonio con Isabella di Portogallo.
Inizialmente l'Ordine si componeva di soli 24 cavalieri, portati successivamente a 30 e poi a 50, tra questi il Sovrano nominava un Tesoriere, un Re d’Armi ed un Cancelliere.
Con la morte di Carlo il Temerario, la casa d'Absburgo ereditò il Gran Magistero dell'Ordine e Carlo V accordò numerosi privilegi a questa nobilissima istituzione cavalleresca.
Con l'abdicazione di Carlo V, il Gran Magistero dell'Ordine del Toson d'Oro venne mantenuto dalle case regnanti d'Austria e di Spagna.
Nel 1712, durante le lotte per la successione alla Corona di Spagna, estinta la linea spagnola, la casa d'Austria pretese di essere l'unica detentrice del Gran Magistero, reclamando la Sovranità sull’Ordine, impadronendosi del tesoro del Toson d’Oro nel 1714. Ma il re di Spagna Filippo V non fu d’accordo con questa decisione, dopo lunghe vicissitudini, le due case regnanti si accordarono di conferire, ciascuna per proprio conto, tale insigne Ordine; da allora esistono due rami indipendenti, uno ha come Sovrano il Capo della Casa d’Austria, l’altro il Re di Spagna.
L'Ordine è riservato solo ai principi o grandi di Spagna o altissimi dignitari. L’onorificenza consiste in un tosone o vello di pecora d'oro, collegato ad una collana. Il nastro dell'Ordine è rosso.
Nel 1723 al Principe romano Fabrizio Colonna fu conferita l’onorificenza del Toson d’Oro, consegnatagli dal marchese Cesare Michelangelo d'Avalos.
In omaggio a questo importante evento la città di Vasto (Ch) da ormai venti anni organizza uno spettacolare corteo in costume, nel suggestivo centro storico della città.
L'Ordine del Toson d'Oro è uno degli ordini cavallereschi più antichi ed illustri, istituito a Bruges da Filippo il Buono duca di Borgogna, il 10 gennaio 1430, in occasione del suo matrimonio con Isabella di Portogallo.
Inizialmente l'Ordine si componeva di soli 24 cavalieri, portati successivamente a 30 e poi a 50, tra questi il Sovrano nominava un Tesoriere, un Re d’Armi ed un Cancelliere.
Con la morte di Carlo il Temerario, la casa d'Absburgo ereditò il Gran Magistero dell'Ordine e Carlo V accordò numerosi privilegi a questa nobilissima istituzione cavalleresca.
Con l'abdicazione di Carlo V, il Gran Magistero dell'Ordine del Toson d'Oro venne mantenuto dalle case regnanti d'Austria e di Spagna.
Nel 1712, durante le lotte per la successione alla Corona di Spagna, estinta la linea spagnola, la casa d'Austria pretese di essere l'unica detentrice del Gran Magistero, reclamando la Sovranità sull’Ordine, impadronendosi del tesoro del Toson d’Oro nel 1714. Ma il re di Spagna Filippo V non fu d’accordo con questa decisione, dopo lunghe vicissitudini, le due case regnanti si accordarono di conferire, ciascuna per proprio conto, tale insigne Ordine; da allora esistono due rami indipendenti, uno ha come Sovrano il Capo della Casa d’Austria, l’altro il Re di Spagna.
L'Ordine è riservato solo ai principi o grandi di Spagna o altissimi dignitari. L’onorificenza consiste in un tosone o vello di pecora d'oro, collegato ad una collana. Il nastro dell'Ordine è rosso.
Nel 1723 al Principe romano Fabrizio Colonna fu conferita l’onorificenza del Toson d’Oro, consegnatagli dal marchese Cesare Michelangelo d'Avalos.
In omaggio a questo importante evento la città di Vasto (Ch) da ormai venti anni organizza uno spettacolare corteo in costume, nel suggestivo centro storico della città.
venerdì 23 maggio 2008
LA PINACOTECA PALIZZI
Giovedi 20 marzo 2008 è stata riaperta al pubblico nella prestigiosa sede di Palazzo d’Avalos (Vasto, Ch) la Pinacoteca Palizzi.
La riapertura di questa pinacoteca è un grande evento che contribuisce ad arricchire e restituire al pubblico vastese, e non solo, le opere di così illustri cittadini. La storia di questa esposizione è ricca di vicende alterne di dimenticanze di continue aperture mai veramente messe in atto, alternate da lunghi periodi di chiusura al pubblico e di totale smantellamento dell’allestimento. La sua riapertura ufficiale è avvenuta grazie all’interesse dell’Assessorato alla Cultura, in collaborazione con la Dott.ssa Giovanna Di Matteo della Soprintendenza ai Beni Storico Artistici dell’Aquila. Grazie alla quale durante la scorsa estate è stato possibile arricchire il piano nobile del Palazzo con l’esposizione permanente, per la prima volta al pubblico, della collezione Ricci Monteferrante che da anni giaceva nei depositi del Palazzo.
La riapertura della Pinacoteca è il giusto omaggio che la città rende ai più illustri pittori vastesi, famosi a livello internazionale, i fratelli Palizzi, Giuseppe, Filippo, Nicola e Francescopaolo. Tra i quattro Giuseppe e Filippo sono sicuramente i più noti alla critica e al grande pubblico, famosi per aver rinnovato la pittura di paesaggio durante la metà dell’800. Giuseppe e Filippo ancora giovani partono alla volta di Napoli, per proseguire i loro studi e frequentare l’Accademia di Belle Arti, istituzione che entrambi abbandonarono presto per seguire altre strade. Giuseppe si trasferisce a Parigi dove entra in contatto con i pittori della scuola di Barbizonne, mentre Filippo, rimasto a Napoli, grazie all’amicizia con il pittore napoletano Domenico Morelli e la frequentazione del circolo culturale di Francesco De Sanctis entra a far parte di quel rinnovamento culturale che arricchisce l’Italia della metà ottocento e che sfocia poi nelle ribellioni del ’48. Nicola e Francescopaolo sono meno conosciuti ma altrettanto contribuiscono al rinnovamento della pittura di paesaggio.
La riapertura di questa pinacoteca è un grande evento che contribuisce ad arricchire e restituire al pubblico vastese, e non solo, le opere di così illustri cittadini. La storia di questa esposizione è ricca di vicende alterne di dimenticanze di continue aperture mai veramente messe in atto, alternate da lunghi periodi di chiusura al pubblico e di totale smantellamento dell’allestimento. La sua riapertura ufficiale è avvenuta grazie all’interesse dell’Assessorato alla Cultura, in collaborazione con la Dott.ssa Giovanna Di Matteo della Soprintendenza ai Beni Storico Artistici dell’Aquila. Grazie alla quale durante la scorsa estate è stato possibile arricchire il piano nobile del Palazzo con l’esposizione permanente, per la prima volta al pubblico, della collezione Ricci Monteferrante che da anni giaceva nei depositi del Palazzo.
La riapertura della Pinacoteca è il giusto omaggio che la città rende ai più illustri pittori vastesi, famosi a livello internazionale, i fratelli Palizzi, Giuseppe, Filippo, Nicola e Francescopaolo. Tra i quattro Giuseppe e Filippo sono sicuramente i più noti alla critica e al grande pubblico, famosi per aver rinnovato la pittura di paesaggio durante la metà dell’800. Giuseppe e Filippo ancora giovani partono alla volta di Napoli, per proseguire i loro studi e frequentare l’Accademia di Belle Arti, istituzione che entrambi abbandonarono presto per seguire altre strade. Giuseppe si trasferisce a Parigi dove entra in contatto con i pittori della scuola di Barbizonne, mentre Filippo, rimasto a Napoli, grazie all’amicizia con il pittore napoletano Domenico Morelli e la frequentazione del circolo culturale di Francesco De Sanctis entra a far parte di quel rinnovamento culturale che arricchisce l’Italia della metà ottocento e che sfocia poi nelle ribellioni del ’48. Nicola e Francescopaolo sono meno conosciuti ma altrettanto contribuiscono al rinnovamento della pittura di paesaggio.
VASTO,PERSONALE DI LUCIO SINIGALLIA
Ha riscosso un notevole successo di pubblico la personale di pittura di Lucio Sinigallia, artista veronese che per la prima volta espone le sue opere a Vasto (Ch). Sinigallia, ha realizzato numerose personali in importanti gallerie d’arte di Milano, Venezia, Madrid e in Arizona, approda sulla cittadina costiera con il turbinio dei colori tipico dei suoi quadri. l'artista che permette, almenocon la fantasia, un ritorno alle origini da colore e forma al fascino della tradizione, unito alla ricerca di un mondo fantastico, in cui rifugiarsi, la sua arte è espressione viva dei propri sentimenti. Le sue sono immagini “surreali”, quasi sogni chagalliani, espressi attraverso un uso del colore impressionista, ma con uno stile che lo accomuna al naif, anche se il suo stile non appartiene a nessuna scuola, ma si la scia ispirare dalla natura che lo circonda. Il tratto caratteristico della sua mano pittorica e nitido e preciso, finalizzato all’esaltazione dei sentimenti, delle passioni, dell’amore per le tradizioni, per il lavoro dell‘uomo e soprattutto per la propria terra. Talentuoso paesaggista, soggetti e contenuti del suo far pittura rievocano tutto l’amore per per le tradizioni, per il desiderio di non dimenticare, in un mondo che scorre veloce e frenetico, che non intacca i soggetti dei suoi dipinti.
La natura e la figura umana sono al centro della sua arte, arte che affascina anche i più piccoli che numerosi hanno visitato la mostra di un artista che porta un messaggio di riscoperta, riscoperta della natura e della vita semplice della campagna, con i suoi ritmi scanditi dal ciclo delle stagioni.
Personale di Lucio Sinigallia, Sala Mattioli 6-11 maggio 2008
La natura e la figura umana sono al centro della sua arte, arte che affascina anche i più piccoli che numerosi hanno visitato la mostra di un artista che porta un messaggio di riscoperta, riscoperta della natura e della vita semplice della campagna, con i suoi ritmi scanditi dal ciclo delle stagioni.
Personale di Lucio Sinigallia, Sala Mattioli 6-11 maggio 2008
lunedì 12 maggio 2008
LA PITTURA DI LUIGI PETRONE

LUIGI PETRONE
Musicalità e armonia
il pittore napoletano Luigi Petrone si esprime attraverso un linguaggio artistico fatto di esplosioni di colore vibrante che emana gioia pura. Evoca immagini celestiali, oniriche, con una luminosità quasi accecante che glorifica il creato, l’universo intero.
I suoi dipinti esprimono ed esaltano tutta la tensione interiore e la fantasia, dell’artista con penetrante intensità. Lirismo e spiritualismo sono i principi di base che trapelano dalle sue opere.
Profondo conoscitore della realtà, questa viene proposta come materia dei sogni che si sgretola al contatto con la luce del giorno. La realtà-sogno è fissata, impressa sulla tela, per non perderne mai più il momento.
I suoi dipinti rievocano il caos primordiale dove tutto era condensato e da li tutto avrebbe avuto origine.
Osservando i dipinti dell’artista napoletano ci si imbatte nella luce del giorno, in colori cangianti e musicali, la sua arte carica di luce e speranza, ci proietta e trasporta verso l’infinito, verso Dio.
Le sue tele evocano armonia, ricerca, speranza, una profonda fede e riconoscenza verso il Signore per tutto quello che offre all’uomo e a tutte le sue creature.
Non è arte se non vai oltre le regole, oltre la passione, oltre gli insegnamenti, quando ci si libera di tutto il costruito, l’intorno, e si libera la mente allora si fa della vera arte, altrimenti è mera applicazione di principi e dogmi. Petrone si libera di tutto il costrutto e il costruito e riesce a rendere l’armonia, esprimere su tela trasmettere gioia, la gioia della vita e la magnificenza del creato.
Artista arcano, fantasioso, colto, la profondità dei temi trattati va oltre il dato oggettivo, l’Artista non polemizza, non denuncia, non ci sommerge con la cruda realtà della vita e dei suoi dolori, ma ci lascia suggestionare si lascia suggestionare dall’onirico, dal mistero dell’universo, dalla continua e infinita ricerca dell’uomo. I colori sono vividi, brillanti espressi con la sua tecnica, il suo metodo, unico, di “giocare” con i pennelli, con il colore, con la pastosità e corposità del colore, di trattare la materia pittorica, di renderla corposa e fluttuante. La sua arte non è denuncia polemica e dissacrazione, le sue sono espressioni sinestetiche, che confluiscono in un unico nodo espressivo tutte le manifestazioni artistiche, in particolare la pittura la musica e nostalgie primitivistiche.
Si osserva nelle opere del Nostro quasi un totale superamento di ogni traccia realistica ed oggettuale, ma guardando attentamente, andando “oltre”osservando con occhio libero dagli schemi, dai suoi dipinti esplode la natura in tutta la sua meraviglia, nelle sue tele si nascondono mostri marini, volti, fiori, mondi fantastici che si aprono solo agli occhi di chi li sa vedere.
La spiritualità guida e domina l’arte di Petrone, la sua è energia psichica e irrazionale continua affermazione dell’esistenza di una realtà diversa da quella posta davanti ai nostri occhi.
La sua arte è una irriducibile connessione tra la vita a livello biologico e noologico (spirituale) tra loro irriducibili ma connessi. Non c’e separazione tra spirito e materia, l’io individuale dell’uomo si espande in armonia con l’universo.
Una profonda cultura è saggezza è alla base del suo fare arte, la scoperta che il processo di evoluzione della natura culmina nell'uomo, nella sua vita spirituale, è la testimonianza che tutta la realtà, cosiddetta «materiale», è nella sua sostanza «spirituale», e che l'affermazione dello spirito è il fine stesso del processo naturale. Tale processo mostra che Dio è la condizione di ogni evento fisico e di ogni legge meccanica. All'uomo resta così aperta la via alla speranza e alla gioia dell'esistenza, con possibilità dell'azione morale e la certezza della fede.
Musicalità e armonia
il pittore napoletano Luigi Petrone si esprime attraverso un linguaggio artistico fatto di esplosioni di colore vibrante che emana gioia pura. Evoca immagini celestiali, oniriche, con una luminosità quasi accecante che glorifica il creato, l’universo intero.
I suoi dipinti esprimono ed esaltano tutta la tensione interiore e la fantasia, dell’artista con penetrante intensità. Lirismo e spiritualismo sono i principi di base che trapelano dalle sue opere.
Profondo conoscitore della realtà, questa viene proposta come materia dei sogni che si sgretola al contatto con la luce del giorno. La realtà-sogno è fissata, impressa sulla tela, per non perderne mai più il momento.
I suoi dipinti rievocano il caos primordiale dove tutto era condensato e da li tutto avrebbe avuto origine.
Osservando i dipinti dell’artista napoletano ci si imbatte nella luce del giorno, in colori cangianti e musicali, la sua arte carica di luce e speranza, ci proietta e trasporta verso l’infinito, verso Dio.
Le sue tele evocano armonia, ricerca, speranza, una profonda fede e riconoscenza verso il Signore per tutto quello che offre all’uomo e a tutte le sue creature.
Non è arte se non vai oltre le regole, oltre la passione, oltre gli insegnamenti, quando ci si libera di tutto il costruito, l’intorno, e si libera la mente allora si fa della vera arte, altrimenti è mera applicazione di principi e dogmi. Petrone si libera di tutto il costrutto e il costruito e riesce a rendere l’armonia, esprimere su tela trasmettere gioia, la gioia della vita e la magnificenza del creato.
Artista arcano, fantasioso, colto, la profondità dei temi trattati va oltre il dato oggettivo, l’Artista non polemizza, non denuncia, non ci sommerge con la cruda realtà della vita e dei suoi dolori, ma ci lascia suggestionare si lascia suggestionare dall’onirico, dal mistero dell’universo, dalla continua e infinita ricerca dell’uomo. I colori sono vividi, brillanti espressi con la sua tecnica, il suo metodo, unico, di “giocare” con i pennelli, con il colore, con la pastosità e corposità del colore, di trattare la materia pittorica, di renderla corposa e fluttuante. La sua arte non è denuncia polemica e dissacrazione, le sue sono espressioni sinestetiche, che confluiscono in un unico nodo espressivo tutte le manifestazioni artistiche, in particolare la pittura la musica e nostalgie primitivistiche.
Si osserva nelle opere del Nostro quasi un totale superamento di ogni traccia realistica ed oggettuale, ma guardando attentamente, andando “oltre”osservando con occhio libero dagli schemi, dai suoi dipinti esplode la natura in tutta la sua meraviglia, nelle sue tele si nascondono mostri marini, volti, fiori, mondi fantastici che si aprono solo agli occhi di chi li sa vedere.
La spiritualità guida e domina l’arte di Petrone, la sua è energia psichica e irrazionale continua affermazione dell’esistenza di una realtà diversa da quella posta davanti ai nostri occhi.
La sua arte è una irriducibile connessione tra la vita a livello biologico e noologico (spirituale) tra loro irriducibili ma connessi. Non c’e separazione tra spirito e materia, l’io individuale dell’uomo si espande in armonia con l’universo.
Una profonda cultura è saggezza è alla base del suo fare arte, la scoperta che il processo di evoluzione della natura culmina nell'uomo, nella sua vita spirituale, è la testimonianza che tutta la realtà, cosiddetta «materiale», è nella sua sostanza «spirituale», e che l'affermazione dello spirito è il fine stesso del processo naturale. Tale processo mostra che Dio è la condizione di ogni evento fisico e di ogni legge meccanica. All'uomo resta così aperta la via alla speranza e alla gioia dell'esistenza, con possibilità dell'azione morale e la certezza della fede.
la ragazza con la valigia
LA RAGAZZA CON LA VALIGIA
Viaggiare, partire, incontrare gente, treni, valigie, abbracci, saluti…
Negli ultimi mesi sono sempre in viaggio…….con il mio inseparabile bagaglio “a mano”, i miei amici mi chiamano “la ragazza con la valigia”, mi sento un po’ come la giovane Claudia Cardinale nel film di Zurlini.
Ma io sono in viaggio per colpa e per merito della mia tesi….la tanto desiderata Laurea, forse sta per arrivare, finalmente!, aggiungerebbe mia madre……
Negli ultimi due anni ho visitato e ho studiato in quasi tutte le biblioteche d’Italia!!!!
A volte vorrei buttare tutto alle ortiche, ma dopo tanti mesi inizio ad essere contenta di essere sempre in movimento, Milano, Roma, Napoli, Bologna, Firenze…..
Incontrare volti nuovi, parlare per ore con persone che non vedrai mai più, e a volte riuscire ad esprimere pensieri e sensazioni che non confideresti neanche ad un amico.
Sentirti piccola tra tanti sconosciuti, trovare il coraggio di parlare, chiedere, sorridere.
Allontanarsi dalle proprie abitudini e cercare nuovi orizzonti...
Scoprire che in ogni luogo puoi trovare un amico,una amica, e riuscire a sentirsi parte di un fiume in piena, di un motore in funzione.
Percepire la gioia dell’arrivo e la tristezza della partenza.
Accontentarsi di una camera da pochi soldi, e lavare i vestiti sotto la doccia, come un giovane Travolta in “Greese”, e cantare, cantare di gioia.
Scoprire che la vita è un continuo divenire, sentire che tutto scorre e tutto ritorna.
Trovare sempre il coraggio di andare avanti, anche quando tutto attorno ti crolla addosso e vorresti solo sprofondare.
La vita è una, magnifica e speciale.
Ho imparato a mie spese a non dare tutto e per scontato.
Ho imparato a non chiudere mai le porte agli altri, la felicità è ovunque anche nel sorriso di uno sconosciuto.
Viaggiare, partire, incontrare gente, treni, valigie, abbracci, saluti…
Negli ultimi mesi sono sempre in viaggio…….con il mio inseparabile bagaglio “a mano”, i miei amici mi chiamano “la ragazza con la valigia”, mi sento un po’ come la giovane Claudia Cardinale nel film di Zurlini.
Ma io sono in viaggio per colpa e per merito della mia tesi….la tanto desiderata Laurea, forse sta per arrivare, finalmente!, aggiungerebbe mia madre……
Negli ultimi due anni ho visitato e ho studiato in quasi tutte le biblioteche d’Italia!!!!
A volte vorrei buttare tutto alle ortiche, ma dopo tanti mesi inizio ad essere contenta di essere sempre in movimento, Milano, Roma, Napoli, Bologna, Firenze…..
Incontrare volti nuovi, parlare per ore con persone che non vedrai mai più, e a volte riuscire ad esprimere pensieri e sensazioni che non confideresti neanche ad un amico.
Sentirti piccola tra tanti sconosciuti, trovare il coraggio di parlare, chiedere, sorridere.
Allontanarsi dalle proprie abitudini e cercare nuovi orizzonti...
Scoprire che in ogni luogo puoi trovare un amico,una amica, e riuscire a sentirsi parte di un fiume in piena, di un motore in funzione.
Percepire la gioia dell’arrivo e la tristezza della partenza.
Accontentarsi di una camera da pochi soldi, e lavare i vestiti sotto la doccia, come un giovane Travolta in “Greese”, e cantare, cantare di gioia.
Scoprire che la vita è un continuo divenire, sentire che tutto scorre e tutto ritorna.
Trovare sempre il coraggio di andare avanti, anche quando tutto attorno ti crolla addosso e vorresti solo sprofondare.
La vita è una, magnifica e speciale.
Ho imparato a mie spese a non dare tutto e per scontato.
Ho imparato a non chiudere mai le porte agli altri, la felicità è ovunque anche nel sorriso di uno sconosciuto.
festa dell'europa
Festa dell’Europa.
I ROSSETTI ARTISTI EUROPEI, anteprima di una mostra
Il 9 maggio del 1950 Robert Schuman dichiarava “l’Europa non potrà farsi una sola volta, ne sarà costruita tutta insieme, essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”.
Nel 2008 la crescente e inarrestabile unificazione globale, la trascinante condizione di interdipendenza e comunicazione, su scala mondiale, richiede a tutti di sviluppare un’idea di unica cittadinanza universale, non più dipendente dal legame con un particolare Stato. Il 2008 è stato definito “l’Anno europeo del dialogo interculturale”, l’Unione Europea e gli stati membri, si sono posti l’obiettivo di promuovere il dialogo interculturale come processo, per quanti vivono nell'UE, per migliorare la capacità di adattarsi ad un ambiente culturale più aperto, ma anche più complesso in cui, nei diversi Stati membri coesistono identità culturali e credenze diverse; il dialogo interculturale è una opportunità di contribuire a una società pluralistica e dinamica, in Europa e nel mondo intero, e da essa trarre profitto.
Anche la città di Vasto (Ch) accetta questa “sfida” dando il proprio contributo attraverso la mostra I Rossetti tra Vasto e Londra.
L’appuntamento vuole essere un invito a prendere coscienza e maturare la consapevolezza dell’immenso vario e prezioso patrimonio culturale italiano, diffuso in tutto il mondo. allo scopo di sensibilizzare quanti vivono nell'UE, in particolare i giovani, all'importanza di sviluppare una cittadinanza europea attiva e aperta sul mondo, rispettosa della diversità culturale e fondata sui valori comuni, ricucendo i legami che si perdono nel tempo rendendo visibile l’invisibile.
I Rossetti tra Vasto e Londra, è un momento di valorizzazione non soltanto della produzione pittorica degli artisti a cui la mostra è dedicata, ma anche del loro archivio fotografico e letterario i cui documenti contribuiscono sicuramente ad una loro migliore comprensione; attraverso un percorso di approfondimento artistico letterario e storico. La mostra nasce dall’esigenza e dal desiderio di continuare a tessere una trama che unisce da sempre la storia di questa famiglia con l’Italia e Londra.
Collaborazione e cooperazione tra le diverse realtà apparentemente lontane ma culturalmente vicine unite da un unico filo che collega le vicende artistiche di questa famiglia, una famiglia italiana trapiantata in Inghilterra, che visse in stretto accordo con la pittura e la letteratura, perpetuando il profondo legame con la cultura italiana, filtrata attraverso gli occhi e la tradizione inglesi.
Il capostipite di questa famiglia di artisti è Gabriele Rossetti, nato a Vasto (…), poeta patriota, fugge esule a Londra senza far più ritorno nella sua Patria, ma tramanda ai figli il suo profondo amore per l’Italia e per la cultura del Nostro paese.
I sui figli, ognuno attraverso un’inclinazione artistica diversa, portano avanti lo spirito patriottico e artistico del padre, Christina Georgina Rossetti, tra le maggiori poetesse dell’ottocento europeo, emotiva e raffinata, Dante Gabriel poeta e pittore il secondogenito forse anche grazie al nome che portava Dante il sommo poeta, rimase sempre legato alle tradizioni artistico culturali italiane, fu tra i fondatori della confraternita dei Preraffaelliti, artisti che ricercavano la fonte di ispirazione per le loro opere pittoriche nelle novelle e nelle poesie medioevali italiane e come stile pittorico si sentivano vicini alla sensibilità ed e alla poetica di pittori italiani come Orcagna e Benozzo Gozzoli, artisti attivi nel ‘300 e ‘400, prima dell’arrivo sulla scena pittorica di Raffaello Sanzio.
E in fine William Michael, una sorta di guida spirituale della famiglia unita come un clan solido, unita dai medesimi sentimenti e pensieri intellettuali. William Michael depositario del sapere dei suoi congiunti, alla loro morte ne divulgò le opere enfatizzandone, a volte, le caratteristiche.
La mostra che si terrà si terrà a Vasto dal 13/08/08 al 17/11/08 presso la sede espositiva di Palazzo D’Avalos, nasce con la finalità di approfondire le sfaccettature dell’esperienza artistica dell’intera famiglia Rossetti.
I dipinti provengono da diversi musei londinesi, tra cui Tate Britain, Birmingham Museum & Art Gallery, queste opere saranno affiancate da una serie di manoscritti presenti nel territorio ed esposti al pubblico per la prima volta.
La mostra si inserisce a pieno titolo nel Programma cultura 2007/2013 della Comunità europea, finalizzato alla circolazione transnazionale di opere d’arte, sarà realizzata sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, sotto il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Patrocinio della Presidenza del Consiglio regionale, Patrocinio della Provincia di Chieti.
Curatrice della mostra, la Dr. Jan Marsh, tra le più importanti studiose della famiglia Rossetti, e del movimento artistico dei Preraffaelliti. La mostra interesserà l’aspetto pittorico, con i dipinti di Dante Gabriel, quello letterario, con i libri della famiglia sia quello fotografico, con un’esibizione delle foto originali dei Rossetti.
L’evento sarà affiancato da una serie di avvenimenti culturali che coinvolgeranno anche le scuole, eventi che inizieranno il 9 maggio, Festa dell’Europa con la conferenza stampa I Rossetti artisti europei evento a cui parteciperanno…. in concomitanza con il 180 anniversario della nascita di Dante Gabriel Rossetti.
I Rossetti vissero in un’epoca artistica in cui si affermavano un’ideologia ed una condizione di gusto, secondo le quali, la vera realtà non va individuata nell’esistenza oggettiva delle cose, ma risiede nell’idea.
Questa “idea” di unione, di interdipendenza, di comune cittadinanza è L’idea portante, la base di questa mostra…che si spera diventi realtà.
I ROSSETTI ARTISTI EUROPEI, anteprima di una mostra
Il 9 maggio del 1950 Robert Schuman dichiarava “l’Europa non potrà farsi una sola volta, ne sarà costruita tutta insieme, essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”.
Nel 2008 la crescente e inarrestabile unificazione globale, la trascinante condizione di interdipendenza e comunicazione, su scala mondiale, richiede a tutti di sviluppare un’idea di unica cittadinanza universale, non più dipendente dal legame con un particolare Stato. Il 2008 è stato definito “l’Anno europeo del dialogo interculturale”, l’Unione Europea e gli stati membri, si sono posti l’obiettivo di promuovere il dialogo interculturale come processo, per quanti vivono nell'UE, per migliorare la capacità di adattarsi ad un ambiente culturale più aperto, ma anche più complesso in cui, nei diversi Stati membri coesistono identità culturali e credenze diverse; il dialogo interculturale è una opportunità di contribuire a una società pluralistica e dinamica, in Europa e nel mondo intero, e da essa trarre profitto.
Anche la città di Vasto (Ch) accetta questa “sfida” dando il proprio contributo attraverso la mostra I Rossetti tra Vasto e Londra.
L’appuntamento vuole essere un invito a prendere coscienza e maturare la consapevolezza dell’immenso vario e prezioso patrimonio culturale italiano, diffuso in tutto il mondo. allo scopo di sensibilizzare quanti vivono nell'UE, in particolare i giovani, all'importanza di sviluppare una cittadinanza europea attiva e aperta sul mondo, rispettosa della diversità culturale e fondata sui valori comuni, ricucendo i legami che si perdono nel tempo rendendo visibile l’invisibile.
I Rossetti tra Vasto e Londra, è un momento di valorizzazione non soltanto della produzione pittorica degli artisti a cui la mostra è dedicata, ma anche del loro archivio fotografico e letterario i cui documenti contribuiscono sicuramente ad una loro migliore comprensione; attraverso un percorso di approfondimento artistico letterario e storico. La mostra nasce dall’esigenza e dal desiderio di continuare a tessere una trama che unisce da sempre la storia di questa famiglia con l’Italia e Londra.
Collaborazione e cooperazione tra le diverse realtà apparentemente lontane ma culturalmente vicine unite da un unico filo che collega le vicende artistiche di questa famiglia, una famiglia italiana trapiantata in Inghilterra, che visse in stretto accordo con la pittura e la letteratura, perpetuando il profondo legame con la cultura italiana, filtrata attraverso gli occhi e la tradizione inglesi.
Il capostipite di questa famiglia di artisti è Gabriele Rossetti, nato a Vasto (…), poeta patriota, fugge esule a Londra senza far più ritorno nella sua Patria, ma tramanda ai figli il suo profondo amore per l’Italia e per la cultura del Nostro paese.
I sui figli, ognuno attraverso un’inclinazione artistica diversa, portano avanti lo spirito patriottico e artistico del padre, Christina Georgina Rossetti, tra le maggiori poetesse dell’ottocento europeo, emotiva e raffinata, Dante Gabriel poeta e pittore il secondogenito forse anche grazie al nome che portava Dante il sommo poeta, rimase sempre legato alle tradizioni artistico culturali italiane, fu tra i fondatori della confraternita dei Preraffaelliti, artisti che ricercavano la fonte di ispirazione per le loro opere pittoriche nelle novelle e nelle poesie medioevali italiane e come stile pittorico si sentivano vicini alla sensibilità ed e alla poetica di pittori italiani come Orcagna e Benozzo Gozzoli, artisti attivi nel ‘300 e ‘400, prima dell’arrivo sulla scena pittorica di Raffaello Sanzio.
E in fine William Michael, una sorta di guida spirituale della famiglia unita come un clan solido, unita dai medesimi sentimenti e pensieri intellettuali. William Michael depositario del sapere dei suoi congiunti, alla loro morte ne divulgò le opere enfatizzandone, a volte, le caratteristiche.
La mostra che si terrà si terrà a Vasto dal 13/08/08 al 17/11/08 presso la sede espositiva di Palazzo D’Avalos, nasce con la finalità di approfondire le sfaccettature dell’esperienza artistica dell’intera famiglia Rossetti.
I dipinti provengono da diversi musei londinesi, tra cui Tate Britain, Birmingham Museum & Art Gallery, queste opere saranno affiancate da una serie di manoscritti presenti nel territorio ed esposti al pubblico per la prima volta.
La mostra si inserisce a pieno titolo nel Programma cultura 2007/2013 della Comunità europea, finalizzato alla circolazione transnazionale di opere d’arte, sarà realizzata sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, sotto il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Patrocinio della Presidenza del Consiglio regionale, Patrocinio della Provincia di Chieti.
Curatrice della mostra, la Dr. Jan Marsh, tra le più importanti studiose della famiglia Rossetti, e del movimento artistico dei Preraffaelliti. La mostra interesserà l’aspetto pittorico, con i dipinti di Dante Gabriel, quello letterario, con i libri della famiglia sia quello fotografico, con un’esibizione delle foto originali dei Rossetti.
L’evento sarà affiancato da una serie di avvenimenti culturali che coinvolgeranno anche le scuole, eventi che inizieranno il 9 maggio, Festa dell’Europa con la conferenza stampa I Rossetti artisti europei evento a cui parteciperanno…. in concomitanza con il 180 anniversario della nascita di Dante Gabriel Rossetti.
I Rossetti vissero in un’epoca artistica in cui si affermavano un’ideologia ed una condizione di gusto, secondo le quali, la vera realtà non va individuata nell’esistenza oggettiva delle cose, ma risiede nell’idea.
Questa “idea” di unione, di interdipendenza, di comune cittadinanza è L’idea portante, la base di questa mostra…che si spera diventi realtà.
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